lunedì, 02 novembre 2009

Lo spazio bianco

lo-spazio-bianco-421x600Francesca Comencini ha il pregio di rappresentare una visione globale del mondo entro cui si muovono i personaggi dei suoi film.
A chi ha visto “Lo spazio bianco”, tratto dall’omonimo romanzo di Valeria Parrella, non sfugge che il tema fondante è la maternità(responsabile) di una donna sola: Maria, insegnante d’italiano in un corso per adulti che devono conseguire la licenza media, in un cinema incontra Pietro, ragazzo-padre, tra i due nasce una relazione che viene troncata da lui non appena Maria rimane incinta.
La rappresentazione filmica, però, ci risparmia lo strazio patetico della donna sedotta e abbandonata e, grazie all’artificio dell’ellissi, punta dritta allo scopo: Irene viene partorita infatti al sesto mese di gravidanza e Maria ne segue il decorso limbico tra vita e morte.
Per Maria Irene appartiene al mondo dei non-nati, perché a sostenere il tenero batuffolino di carne sono le macchine, che indicano su un monitor il cuoricino che pulsa, pertanto tutto il film consiste e nella registrazione oggettiva della vita di Irene dentro l’incubatrice e il vissuto soggettivo della madre che attende la nascita della figlia, il momento cioè in cui i medici staccheranno la spina per verificare se Irene possa vivere autonomamente.
Intorno a questo nucleo forte del film si coagulano altri temi sicuramente non accessori, né riempitivi, anzi essi contribuiscono a creare quel mondo globale cui accenno nell’incipit del post.
L’amicizia di Maria con il collega Fabrizio, fatta di solidarietà e schiettezza.
Il disgelo affettivo di Maria: gentile, ma un po’ snob, è costretta a fare i conti con le donne del popolino napoletano, che come lei affrontano il dramma della nascita prematura di un figlio.
I drammi non sono mai “unici”: lo sono nel vissuto personale, però l’apertura agli altri potrebbe dare una marcia in più per affrontarli.
La relazione adulta tra Maria e i suoi allievi, spesso anagraficamente più grandi di lei; compare sullo sfondo uno dei cancri della scuola italiana, la mancanza di strutture scolastiche adeguate alla funzione che le compete.
La necessità di professionalità specifiche e competenti nel mondo del lavoro: insegnanti che facciano gli insegnanti, magistrati che facciano i magistrati, medici che facciano i medici.
Mi hanno colpito, a tal proposito, due scene del film.
In una Maria rimprovera al primario di neonatologia l’uso di un linguaggio ipocrita e fumoso: un medico che non usa il linguaggio specialistico per dire come stanno realmente le cose è assolutamente ridicolo.
In un’altra la donna-magistrato dirimpettaia di Maria, con cui questa ha condiviso qualche sigaretta sulla terrazza del palazzo sotto gli occhi attenti della scorta, in un’intervista si arrabbia con la giornalista, le cui domande sulle indagini effettuate si spostano più sul versante soggettivo che non su quello oggettivo.
Ancora una volta Francesca Comencini ha il merito di sviscerare una problematica e di inserirla in un contesto sociale e perché no politico, concedendo poco a quel patetismo sentimentale che punta lo zoom sull’ombelico dei personaggi.
Un plauso a Margherita Buy, eccellente interprete di Maria.
 
 
postato da melchisedec alle ore novembre 02, 2009 08:12 | Permalink | commenti (6) / commenti (6) (pop-up)
categoria: riflessioni, post film


venerdì, 30 ottobre 2009

La democrazia, se si sta alla definizione di Norberto Bobbio, è ammalata in Italia.
Tra poco sarà un’inferma.
Il virus che la minaccia si nutre delle viscere dei cittadini e si annida nascostamente nel quotidiano.
Anche nella scuola.
Constato mestamente che ai giovani interessa poco la prassi democratica.
Si sa che gli ultimi giorni di ottobre sono dedicati alle elezioni di alcune componenti degli organi collegiali, che vedono protagonisti genitori e allievi.
Le urne dei primi pressochè vuote.
Tra gli alunni del liceo dove insegno stamani si respiravano euforia e rassegnazione, lottavano disincanto e fastidio.
Un’occasione di democrazia partecipativa per pochi.
Una perdita di tempo per molti, una giornata persa, un oggi non abbiamo fatto niente.
Non credevo alle mie orecchie.
Probabilmente si è incastrato un quid nel congegno democratico che fa inceppare tutti.
O noi insegnanti dovremmo rivedere un po’ il nostro modo di agire democratico in classe, spesso declinato come “lascia fare, lascia passare” dalla cultura sessantottina, e riportarlo alla fonte originaria, a quei pochi ingredienti utili per costruire un partecipiamo tutti insieme alle decisioni.
Che ho, invece, sotto gli occhi?
Baraonda tra i corridoi, aule trasformate in set fotografici, effusioni sentimentali degne dei migliori gatti del quartiere, errori nell’interpretazione dei verbali, ri-votazioni.
I professori, poi, non sappiamo che cosa rispondere alle innumerevoli astrusità del burocratese dei decreti delegati.
Se qualcosa si è inceppato nel congegno, non si può tuttavia sostituire la macchina della democrazia.
Qualche retrivo lo desidererebbe con tutto se stesso.
La prassi democratica non è un’automobile da rottamare o un vestito fuori moda da donare a un centro di accoglienza.
Si tratta di uno strumento, e di un fine, acquisito.
Inalienabile.
postato da melchisedec alle ore ottobre 30, 2009 15:00 | Permalink | commenti (6) / commenti (6) (pop-up)
categoria: riflessioni, democrazia, cronache extra-scolastiche


domenica, 18 ottobre 2009

Servire ed essere serviti

La sete di potere róse pure i primi apostoli.
Anzi si può dire che Giacomo e Giovanni procedettero a firmare la prima (auto)raccomandazione della storia del vangelo: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».
I due apostoli non capirono, all’inizio, un emerito tubo della predicazione di Cristo e avrebbero voluto accomodarsi alla mensa per essere serviti.
Folli!
«Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».
Ma che significa essere serviti?
Trattare gli altri come strumenti per raggiungere i nostri scopi.
Soprattutto quelli sordidi.
Mascherati da belle parole.
Che significa farsi schiavo di tutti?
Maneggiare gli esseri umani con cura.
postato da melchisedec alle ore ottobre 18, 2009 10:43 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
categoria: riflessioni, melchisedec


domenica, 18 ottobre 2009

La divisa della democrazia

 

Norberto Bobbio

18 ottobre 1909-18 ottobre 2009

 

No, non voleva essere chiamato maestro, si arrabbiava con veemenza se qualche allievo s’arrischiava di farlo; eppure per i suoi allievi Norberto Bobbio era maestro.

Anche quando divenne senatore, ribadiva l’orgoglio di essere chiamato professore.

Ma per tutti era maestro.

Maestro nello stile di vita, nell’amore per i libri, nella serietà degli studi.

Luigi Bonanate, ex alunno di Bobbio, ha dichiarato che il filosofo non avrebbe potuto sopportare la superficialità dilagante con cui si affrontano gli studi oggi a tutti i livelli; rimane indelebile nella sua memoria di studente come in pochi giorni il professore Bobbio non solo gli corresse la tesi di laurea, ma l’arricchì con note e rubriche a margine, perché fosse reso chiaro il rigore argomentativo della ricerca.

Insegnava ad essere originali, curiosi, osservatori.

Poneva domande per sapere di più e capire di più.

Critico, autocritico, dubbioso nelle sue medesime analisi.

Il cosiddetto metodo Bobbio.

Insegnava a tenere pulita la divisa della democrazia, perché questa è innanzitutto stile di vita, il primo modo per non essere violenti.

Bobbio afferma che si può essere violenti in ogni ambito.

Nella parola, nel gesto, nella prassi politica.

Anche nell’ostentare la ricchezza o la propria presunta superiorità.

La violenza schiaccia e mortifica, il dialogo democratico dà voce ai plurali e anima il confronto.

 

Una lezione memorabile

Non solo ritengo sia possibile dare una definizione minima della democrazia, ma che sia necessario, se vogliamo metterci d’accordo quando parliamo di democrazia. Dobbiamo darne una definizione pienamente e semplicemente procedurale, vale a dire definire la democrazia come un metodo per prendere decisioni collettive. Si chiama gruppo democratico quel gruppo in cui valgono almeno queste due regole per prendere decisioni collettive:

1)  Tutti partecipano alla decisione direttamente o indirettamente.

2)  La decisione viene presa dopo una libera discussione a maggioranza.

(Norberto Bobbio)

 

E un’altra ancora

Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze.

(Norberto Bobbio)

 

 

mercoledì, 14 ottobre 2009

scansione0001
Nel pomeriggio Josè Saramago, intervistato a radiotre Fahreneit, alla domanda del presentatore sulle ragioni per cui ha riportato nel suo nuovo libro, Il quaderno, le esperienze di scrittura registrate sul proprio blog, ha risposto che non c’è poi molta differenza tra scrivere un libro o un pensiero su un blog. Ciò che conta è sapere scrivere.
Concordo con il Nobel.
Anche le minute cose possono essere fonte di ispirazione.
Forse più delle grandi.
In questi anni ho seguito quasi sempre l’istinto, rimanendo tetragono alle mode, ai gusti degli altri o, ancora peggio, a ciò che mi potesse rendere più simpatico di quanto io lo sia nella realtà quotidiana.
Anche per questo non ho deciso di smettere di bloggare.
***
QUI  il link di RadioTre Fahreneit con le indicazioni editoriali e l'articolo di Umberto Eco.
postato da melchisedec alle ore ottobre 14, 2009 22:09 | Permalink | commenti (5) / commenti (5) (pop-up)
categoria: riflessioni, blogsfera, melchisedec


giovedì, 17 settembre 2009

Mi dissocio da ogni manifestazione di patriottismo lacrimoso e ipocrita per i soldati italiani morti in guerra.
Umanamente mi addolora, come può accadere per ogni essere umano che perda la vita nel fiore degli anni.
Per i terroristi afghani è guerra e nessuna missione umanitaria, reale o finta, potrebbe fermarli, anzi non si è soppesata adeguatamente una variabile determinante:nella percezione dei manigoldi assetati di sangue uccidere un soldato in missione umanitaria risulta più onorevole che trucidare un soldato apertamente e dichiaratamente nemico.
Costruire un ospedale o una scuola determinerebbe un affrancamento del popolo afghano e questo, mi pare lapalissiano, è proprio ciò che i taliban non vogliono.
Ma i nostri soldati, impegnati in modo massiccio in Afghanistan, erano (e sono) consapevoli di tutto ciò?
Quale favola, a parte il denaro, è stata ammannita a loro?
E a noi?
postato da melchisedec alle ore settembre 17, 2009 22:07 | Permalink | commenti (15) / commenti (15) (pop-up)
categoria: riflessioni, dolore, guerra, attualitĂ 


domenica, 06 settembre 2009

Come saggiamente afferma il filosofo Remo Bodei, bisogna avere il coraggio di inoculare in noi la vita degli altri. Non si tratta di individuare matematicamente una formula per imitare e riprodurre su di noi le caratteristiche migliori di chi incontriamo, ma piuttosto di cogliere e fare nostro, trasformare, sviluppare il buono di noi contaminandolo e mettendolo in contatto col buono degli altri.
Solo contaminandoci con gli altri esseri umani, ma anche con le “cose”, è pingibile un orizzonte cristallino.
Cristallino come il cielo di questa domenica di settembre; la nuvolaglia umida, che da giorni ovattava mare e monti e che toglieva il respiro, sembra essersi dissolta.
Sì, è settembre.
postato da melchisedec alle ore settembre 06, 2009 09:22 | Permalink | commenti (12) / commenti (12) (pop-up)
categoria: riflessioni, stagioni, nugae, melchisedec, parole come gioielli


Chi sono

Utente: melchisedec
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. Si tratta di un angolo personale, scritto e rivissuto tramite i "giganti" della cultura e la parola. Pertanto i riferimenti ad esperienze, fatti e personaggi non hanno alcunché di documentaristico, perché filtrati dal mio immaginario. In ottemperanza alle regole da me del tutto arbitrariamente redatte per questo blog preciso che non si risponderà a commenti privi di contributo al tema del post o a domande decontestualizzate. Saranno eliminati dalla lista dei link, anche temporaneamente, i blog-limbo e quelli con cui l'interazione langue. A rischio di apparire presuntuoso, invito a riflettere prima di scrivere convinto che ognuno abbia “un meglio” da esprimere, sempre.


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