giovedì, 02 luglio 2009

Il peso morto della storia

rosso di luglio

“Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani". Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino,  e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L'indifferenza è il peso morto della storia. È la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.
L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.
I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
 
Antonio Gramsci "La Città futura", pp. 1-1 Raccolto in SG, 78-80.
***
Ho ascoltato parte del brano di Gramsci recitato da Carofiglio in occasione della Fiera di Torino e trasmesso da radioTre; penso che le parole di Gramsci possano essere feconde di riflessioni a tutti i livelli.
postato da melchisedec alle ore luglio 02, 2009 08:08 | Permalink | commenti (11) / commenti (11) (pop-up)
categoria: politica, riflessioni, radio, attualitĂ , indifferenza, antonio gramsci, le foto di mel, angoli di bellezza, religione civile


venerdì, 17 aprile 2009

Tutti, in fondo, siamo sciacalli

138
La scorsa settimana ho sbobbinato un file di radiotre, trasmesso dal programma Fahreneit. Si tratta di un lemma del dizionario, sciacalli, illustrato e attualizzato dallo studioso Andrea De Benedetti. Lo metto qui a disposizione di tutti, perché costituisce il concentrato di una serie di riflessioni che, in qualche modo, mi appartengono.
Dalla natura si possono ricavare exempla e similitudini che hanno un’immediatezza e una forza da lasciare interdetti; ancora una volta, l’ho sperimentato stamattina con i miei allievi.
********************************
 
Gli sciacalli sono quei cani predatori, non particolarmente amici dell’uomo, che vivono nutrendosi prevalentemente delle carcasse di altri animali.
Succede in natura che qualcuno si incarichi di ramazzare via i resti della morte, di farli sparire, magari di riciclarli sotto forma di cibo e chissà se c’entra qualcosa, come l’istinto di conservazione e perpetuazione della specie. Perché la morte, pur essendo uno stato irreversibile, definitivo, lascia dietro di sé delle cose, cadaveri, reliquie e negli umani anche un sentimento paradossalmente, insopportabilmente pieno di vita, come il dolore. Accanirsi su queste spoglie materiali, soprattutto emotive, è una cosa, siamo soliti dire, da sciacalli, ed è quello che sta avvenendo in Abruzzo, dove da lunedì si aggirano loschi personaggi, che lanciano falsi allarmi di nuove scosse, promuovono campagne fasulle di raccolte fondi e vanno a profanare l’intimità stuprata di case che non hanno più nemmeno i muri a proteggerne i segreti; pare che ci siano addirittura delle specie di carovane cariche di nuovi predoni che si muovono dal resto d’Italia alla volta dell’ Abruzzo, non per portare aiuti e solidarietà, ma per compiere scorribande organizzate, come se le avessero preparate da tempo, come se non aspettassero altro che una catastrofe qualunque per mettere in moto una macchina logistica già perfettamente oliata. Il paradosso è che, mentre succede questo, ci sono i cani delle unità cinofile che mettono al servizio dei soccorsi il loro prezioso e ineguagliabile olfatto, cercando tra le macerie l’odore ancora caldo della vita. Mentre insomma gli uomini fanno gli sciacalli, i cani si comportano da uomini, da veri uomini, sfidando perfino il rischio, chissà quanto inconsapevole, di rimanere sotto le macerie a loro volta.
In tutto questo, ieri, il Presidente del Consiglio ha proposto di istituire il delitto di sciacallaggio, che sarà punito, pare, in modo severissimo. Aspettiamo con curiosità di sapere quali e quanti comportamenti saranno effettivamente contemplati in questa fattispecie di reato e soprattutto come verranno castigati. A me, per esempio, piacerebbe che venisse confiscata la tessera a quei giornalisti che si aggirano impietosi tra i cosiddetti superstiti, per chiedere loro come si sentono, indugiando sulle lacrime ancora calde e sugli sguardi plumbei di chi si domanda a che cosa serve essere sopravvissuti e mi piacerebbe anche che esistesse un contrappasso esemplare, che so io, condurre il tg nazionale del Lichtenstein, per quegli altri giornalisti che, il giorno dopo il terremoto, dedicano un minuto e 29 secondi del principale telegiornale nazionale, tutto vero li ho cronometrati, per srotolare i dati trionfanti dell’edizione del giorno precedente, quasi rammaricati del fatto che, se i morti fossero stati dieci morti di più, lo share sarebbe salito a livelli stellari. Infine mi piacerebbe sapere che cosa accadrà a quei politici che, pur senza strafare, come sarebbe nel loro dna, annunciano che il terremoto sarà l’occasione ideale per sperimentare le prime new town, che nel prossimo futuro allieteranno il panorama urbanistico del nostro paese. Qualcuno obietterà che sparare sul governo proprio nei giorni del lutto e della solidarietà nazionale è una cosa scorretta.
Lo so, ma che cosa ci volete fare, tutti, in fondo, siamo sciacalli.
(Andrea De Benedetti)
***
Due link per ulteriori riflessioni OCCUPAZIONE MILITARE e NON DO UN EURO

 
 
postato da melchisedec alle ore aprile 17, 2009 13:00 | Permalink | commenti (9) / commenti (9) (pop-up)
categoria: natura, politica, animali, comunicazione, radio, ascolto, attualitĂ , simbolo, archetipi, allegoria, sciacalli, religione civile


sabato, 03 gennaio 2009

Impegno, entusiamo e competenza


Mara Cerri A una stella cadente

Vivace, pungente nelle espressioni linguistiche, critica e “difficile”, a tratti snob.

Così si pone Rita Levi Montalcini nell'intervista trasmessa, ieri mattina, da radiorai3 al Terzo Anello.

In circa venti minuti la scienziata, attraverso il tono severo e arcigno della voce, ma al contempo carismatico, ha letteralmente rintuzzato la giornalista e i suoi innocenti tentativi di farla scadere nel gossip e nel divismo culturale.

Quando è infastidita, Rita liquida l’interlocutrice con “La cosa mi lascia del tutto indifferente”.

L’intervista è preceduta dall’intervento di una collaboratrice, Giuseppina Tripodi, che parla degli amori privati della scienziata, i fiori(le rose soprattutto)e i libri; ben tre scaffali sono dedicati ai poeti, stranieri e italiani, tant’è che la fedele accolita s’è messa a scrivere poesie e soltanto da poco l’ha rivelato a Rita, vergognandosi della novella passione.

Il dato che emerge dalle parole del Nobel è la tendenza a demolire i luoghi comuni, sia quando parla di se stessa, sia quando affronta tematiche di scottante attualità.

Ne sintetizzo gli snodi principali, poiché, in quest’inizio d’anno, ritengo possano essere spunto di riflessione per tutti.

 

ETA’

Non conta affatto.

La Montalcini non dà importanza agli anni, la vita è un continuo, un imparare a capire cosa è importante nella vita.

GIOVANI

Non è preoccupata per i giovani, che non sono uguali come comunemente si crede, è necessario riconoscere loro il diritto di essere attori e non spettatori.

Conta il merito.

COLLABORAZIONE

Dall’esperienza di ricercatrice si impone la necessità di uno scambio reciproco tra vecchi e giovani: gli uni conoscono l’informatica, gli altri il passato.

SCIENZA E RELIGIONE

Essere laico va benissimo con la religiosità; è necessario, però, che ognuno decida di sé per sé.

FIOCCO ROSA e AZZURRO

Il capitale umano è egualmente distribuito tra uomini e donne. Non è una differenza genetica, ma epigenetica.

A livello personale, la Montalcini ha dichiarato di non avere rinunciato ad essere donna e madre; le interessava di più coltivare la scienza per aiutare il prossimo.

CONSIGLI

Non ha consigli da dispensare, tuttavia ritiene che tutti si debba conoscere il funzionamento del cervello. La tendenza di oggi è quella di adoperarne di più i centri arcaici, alla cui base sta l’emotività, mentre sarebbe vitale sfruttarne i centri cognitivi annidati nella neocorteccia.

L’emotività, utile per l’evoluzione dell’australopiteco, potrebbe causare, invece, il rischio dell’estinzione della specie umana. Dalle irragionevoli ragioni delle emozioni sono scaturite, infatti, le tragedie storiche, i regimi totalitari, le guerre.

Infine… impegno, entusiasmo e competenza!

 

Post post

(Siate indulgenti per l’andamento paratattico del post e le ripetizioni lessicali, ma ho cercato di essere fedele al parlato)

***

Accolgo l'appello di Obhund.

 

 

Un'incendio devasta il gompa dell'Istituto Lama Tzong Khapa

C'è bisogno di te

 

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Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. Si tratta di un angolo personale, scritto e rivissuto tramite i "giganti" della cultura e la parola. Pertanto i riferimenti ad esperienze, fatti e personaggi non hanno alcunché di documentaristico, perché filtrati dal mio immaginario. In ottemperanza alle regole da me del tutto arbitrariamente redatte per questo blog preciso che non si risponderà a commenti privi di contributo al tema del post o a domande decontestualizzate. Saranno eliminati dalla lista dei link, anche temporaneamente, i blog-limbo e quelli con cui l'interazione langue. A rischio di apparire presuntuoso, invito a riflettere prima di scrivere convinto che ognuno abbia “un meglio” da esprimere, sempre.


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