venerdì, 26 giugno 2009

La Tranciaballe

cast-margelC’è un donnone che si aggira nella mia scuola.
Ha un vocione imperioso, a tratti stridulo; del tutto inespressivo il volto, macchiettato di efelidi su gote color prugna.
Una presidentessa di commissione, un po’ invasata, un po’ repressa.
L’abbigliamento è semplice: indossa delle gonne che probabilmente usava mia madre negli anni ’70, camicetta a manica rigorosamente lunga, o con fiorellini di prato o a tinta unica.
Non sono più abituato a incrociare colleghe così datate nell’aspetto; la maggior parte delle insegnanti sfoggia, infatti, un abbigliamento all’ultimo grido.
Anche le più anziane sfilano con abiti da sera e capelli vaporosi.
L’esame di stato fa scattare questa sorta di sfilata di gala tra polvere di gesso e cartacce.
L’aula dell’esimia è diventata un forziere di regole e verbali, compiti e cancelleria.
La bruta ritiene di essere l’unica al mondo.
Non tiene conto che in una scuola esistono più aule e si dà il caso che il suo fortino sia ubicato in prossimità dell’aula che occupa la mia commissione.
Ha letteralmente tappezzato le pareti del corridoio di avvisi scritti a quadrata littera.
Uno di essi minaccia che saranno allertate le forze dell’ordine nel caso in cui un estraneo sia beccato nella zona minata; su un altro, posto sulla porta, si legge un iperbolico “vietato l’ingresso agli estranei”.
Chi s’imbatte in lei lungo il corridoio deve farsi riconoscere.
Membro interno? Esterno? Estraneo? Infiltrato?
Io non la cago neanche e aspetto impaziente un attacco.
Un mio simpaticissimo collega stamani ha sbottato in “Sono un ladro” dopo un’ennesima richiesta di identificazione da parte del maschione travestito da donna.
Un altro, fine pensatore, sostiene che quel vietato l’ingresso agli estranei debba essere interpretato al contrario, con un senso ribaltato.
Tutti i maschietti preferiscono tuttavia rispettare il senso letterale.
Non avrà vita facile la presidentessa; non ha ancora capito che l’aula accanto al fortino è in verità occupata da cagnoli, come si dice a Palermo.
Ossia individui a metà tra i cani di strada e gli esseri umani con la battuta arguta sempre sulla punta della lingua.
 
(Nell’immagine il personaggio Agatha Trunchbull; rimando al film Matilda 6 mitica)
postato da melchisedec alle ore giugno 26, 2009 10:47 | Permalink | commenti (18) / commenti (18) (pop-up)
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mercoledì, 01 aprile 2009

Avrei voluto scrivere un pesce d'aprile, ma non ci sono riuscito. Ieri sera ho azionato il lettore dvd e goduto per quasi due ore con ESPIAZIONE , tratto dall'omonimo romanzo di McEwan e diretto da Joe Wright. Qualche critico ha sentenziato così... un film a cui manca il coraggio di andare fino in fondo, perdendo l'occasione di riflettere sull'invenzione narrativa cinematografica. Ma che cosa vuol dire? Assolutamente nulla. Il film è un capolavoro. Così sentenzio io. Punto.

***Il gusto per le miniature rappresentava un aspetto della sua indole metodica. Un altro era la passione per i segreti: un suo prezioso stipetto laccato disponeva di un cassettino segreto che si apriva spingendo l'estremità di un ingegnoso incastro a coda di rondine; qui Briony custodiva un diario chiuso con un lucchetto e un taccuino scritto in un codice di sua invenzione. In una cassaforte giocattolo da aprire con una combinazione di sei numeri segreti conservava lettere e cartoline. Una vecchia scatola di latta stava nascosta da un' asticella del pavimento, sotto il suo letto. La scatola conteneva tesori che risalivano a quattro anni prima, al suo nono compleanno, quando aveva deciso di inaugurare la collezione: una doppia ghianda mutante, un campione di pirite, un incantesimo per la pioggia comprato a una fiera, e un teschio di scoiattolo leggero come una foglia. Ma cassetti segreti, diari provvisti di serratura e sistemi crittografici non potevano celare a Briony la semplice verità, e cioè che lei non aveva alcun segreto. Il suo desiderio di un mondo armonioso e ben organizzato le negava ogni possibilità  di trasgressioni imprudenti. Confusione e violenza erano troppo caotiche per i suoi gusti, e la crudeltà non le si addiceva.  (Ian McEwan, Espiazione)

 
postato da melchisedec alle ore aprile 01, 2009 06:59 | Permalink | commenti (13) / commenti (13) (pop-up)
categoria: arte, archetipi, post film, mcewan, pellicole cult, espiazione


sabato, 27 dicembre 2008

“So ricamare, ma non rammendare. So sistemare i fiori recisi, ma non coltivarli”(Ada)
***
Sotto le feste di natale dallo schermo televisivo viene vomitata, a quantità industriale, più spazzatura del solito.
Ovunque imperversa babbo natale, che mai mi è stato simpatico, o personaggi che dovrebbero divertire, ma in realtà fanno lacrimare di noia.
Sarà perché i miei genitori, spartani, non m’hanno educato alla poesia del vecchio vestito di rosso con barba e chioma ricciuta e, quando c’era da farmi un regalo, si limitavano a dire “questo è per te, i regali devono essere utili”.
Fatto salvo il palinsesto di Raitre che, a quasi tutte le ore, si distingue per pregevolezza culturale e fruibilità, il resto suona ipocrita, stucchevole, zuccheroso, a tal punto che si rischia il diabete.
Ieri sera, però, Raidue mi ha stupito, perché ha trasmesso un film che, sinceramente, a me era sfuggito, quando fu dato nelle sale.
Si tratta di Ritorno a Cold Mountain o Cold Mountain del 2003, tratto da un romanzo, di cui so nulla.
Il regista è Anthony Minghella.
 
cold20mountain1Il film inizia il 30 luglio 1864 con la carneficina che fu l'assedio di Petersburg in Virginia, con il suo giorno cruciale, la ‘battaglia del cratere’: un’esplosione e combattimento successivo che causarono oltre 6.300 morti. Qui incontriamo il soldato confederato Inman Balis (Jude Law) e, mentre la battaglia infuria, ne seguiamo i ricordi di semplice lavoratore a Cold Mountain, piccolo villaggio tra le foreste della Carolina del Nord, fino all’incontro folgorante con la ricca figlia del reverendo Monroe (Donald Sutherland), Ada (Nicole Kidman), bella, raffinata e colta ragazza di città. Molti sguardi tra i due, poche parole e un bacio: Inman è arruolato nell’esercito dei Confederati, in quella guerra fratricida tra Nord e Sud. Può un unico bacio rappresentare un’ancora a cui ci si attacca per anni, nell’orrore della guerra, della fame e dei soprusi? Per Inman e per Ada, sì: è l’unico appiglio in un mondo che ha perso tutte le coordinate di senso. Ferito e in ospedale, conscio della sconfitta ormai prossima del Sud, l’uomo decide di disertare e tornare, di percorrere le centinaia di chilometri che lo separano da Cold Mountain e dall’appello di Ada, nelle rare lettere, che ascoltiamo dalla voce fuori campo, che lo scongiurano di ritornare. Il suo sarà un viaggio di incontri di ogni tipo, di pericoli, tentazioni, tradimenti e speranze. Da parte sua, dopo la morte del padre, Ada si trova completamente abbandonata, impreparata ad affrontare una vita autonoma, con una fattoria da tirare avanti senza aiuto. “So ricamare, ma non rammendare. So sistemare i fiori recisi, ma non coltivarli”, dice a un certo punto. In suo soccorso giunge Ruby Thewes (Renée Zellweger), una ragazza abituata a fare tutto da sola, ruvida ed energica, il contrario dell’eterea Ada. Tra le due si instaurerà un rapporto di amicizia molto profondo, che le cambierà entrambe. Perché, mentre Ada prenderà coscienza delle sue possibilità, Ruby si accorgerà dell’importanza di sentimenti ed emozioni che per anni aveva represso(copiato da wikipedia).
 
La storia ruota attorno a due protagonisti, Ada e Inman, ma per i risvolti valorizza anche Ruby, interpretata da Renée Zellweger(nell'immagine), premio oscar come migliore attrice non protagonista.
L’ambientazione storica è fondamentale per cogliere il senso profondo del film, ma diventa anche occasione per una riflessione sulla guerra, su ogni guerra.
Solitamente i registi insistono sull’efferatezza delle uccisioni, sulla compassione che la morte di vite innocenti può suscitare; ultimamente siamo pure stati abituati all’idea della guerra intelligente, chirurgica, giusta.
Il regista di Ritorno a Cold Mountain non risparmia il sangue, la violenza, l’irragionevolezza dell’uccidere gratuitamente un uomo, però, attraverso la storia parallela di Ada e Ruby e quella di Inman e Ada, ci trasmette un’immagine concreta della vita che continua a pulsare anche durante la guerra.
Yankee senza scrupoli pronti a violentare la prima donna che capiti loro sotto, soldati che, per nutrirsi, sono disposti a venir meno alla loro umanità, preti-disertori che subiscono le lusinghe di una mano che tasta, sotto un tavolo, la paccottiglia tra le gambe e che cedono al piacere dell’eros, madri coraggiose che sono disposte a perdere la vita per i figli, donne compassionevoli che scannano il loro bene più prezioso, una capra, per rifocillare un soldato, di cui per istinto si avverte l’innocenza.
Su questo sfondo l’amicizia di due donne, Ada, eterea, raffinata, platonica nel suo porsi, e Ruby, rozza, concreta, capace di sovrintendere ad una fattoria. Spala letame, costruisce steccati, riconosce erbe selvatiche utili e gramigne infestanti, sveste pannocchie e, all’occorrenza, sa anche incontrare la dolcezza di due occhi umani.
La guerra dirozza e imbarbarisce.
Percorre il film l’altro tema, forse il più romantico, quello che probabilmente ne ha danneggiato l’immagine agli occhi dei critici, ossia la storia d’amore tra Ada e Inman.
Assillati dalle immagini dell’eros come scaricamento di liquidi corporei, si è incapaci di credere alla fedeltà di Inman ad Ada.
A leggere alcune recensioni c’è, infatti, da rabbrividire.
Io, dal canto mio, metto Ritorno a Cold Mountain tra i miei cult.
 
 
 
 
postato da melchisedec alle ore dicembre 27, 2008 14:24 | Permalink | commenti (14) / commenti (14) (pop-up)
categoria: archetipi, post film, pellicole cult, cold mountain, angoli di bellezza


lunedì, 16 giugno 2008

The shoes of the fisherman

poster2Tre ore circa di godimento.
Me ne ha dato l’occasione LA7, trasmettendo il film L’uomo che venne dal Kremlino(Nei panni di Pietro) di Michael Anderson, anno 1968.
In L’uomo che venne dal Kremlino un prelato, dopo aver scontato anni di prigionia in Unione Sovietica, giunge a Roma, dove è nominato Cardinale e poi Papa. Risolve da intermediario una pericolosissima crisi sui problemi della carestia tra URSS e Cina e riporta gli equilibri mondiali sui binari della pace. Poi, con un decreto, dona tutte le ricchezze della Chiesa ai poveri del mondo. All’interno due microstorie: un sacerdote, amico del papa, è costretto ad abiurare alle sue tesi in odor di eresie e un giornalista televisivo è dimidiato tra la professione e il matrimonio.
Gli attori sono abilissimi, in testa Antony Quinn e il giornalista.
Il dato più sconcertante è che il film L’uomo che venne dal Kremlino(Nei panni di Pietro) all’epoca non ebbe alcun successo. Venne accusato di fantapolitica e in realtà lo è.
Tuttavia ne sono rimasto letteralmente stregato.
Esso, infatti, è profetico sotto molteplici aspetti che spaziano attorno al nucleo potere-informazione, con l’aggravante che l’istituzione sotto accusa è la chiesa di Roma; però è possibile interpretare tutto il film come un’allegoria universale su temi scottanti, quali la difficoltà del singolo che, ottenuta una posizione di dominio, può o adeguarsi alla tradizione, con tutto il suo seguito di errori e intuizioni illuminanti, o sperimentare il cambiamento rivoluzionario a partire da un atto di responsabilità personale, a rischio di sé e della collettività. Del tutto assente è, invece, la terza opzione, agire per il proprio tornaconto; evidentemente la pellicola vuole insistere più sull’aspetto paradigmatico della vicenda pace-guerra, scontro-dialogo che non sull’individualismo politico che già in quegli anni faceva la sua comparsa. Il film è profetico per l’attenzione riservata alla tv. Gli eventi che riguardano la morte del papa e l’elezione del nuovo sono minimamente commentati dallo speaker televisivo, pertanto lo spettatore assiste a due piani di interpretazione: la visione intima che si focalizza sul prelato e sul suo travaglio interiore, e quella esterna del giornalista, che freddamente ricostruisce passo passo l’evento.
A volere essere cattivi, il film presenta delle incongruenze nella tipizzazione del prelato, che si atteggia eccessivamente aperto sia alle comunità non cattoliche sia al regime sovietico. Effetti del Concilio Vaticano II?  Il papa Antony Quinn è capace di recitare in ebraico una preghiera per un moribondo e di trattare con un intransigente leader comunista.
Troppo avanti coi tempi!
 
postato da melchisedec alle ore giugno 16, 2008 07:39 | Permalink | commenti (8) / commenti (8) (pop-up)
categoria: riflessioni, utopie, pellicole cult


martedì, 03 aprile 2007

“C'è più verità in una carezza che in tutti i libri"                             centochiodi
 
Centochiodi di Ermanno Olmi è una mirabile allegoria di ciò che hanno fatto gli uomini delle scritture cosiddette sacre, che ogni popolo innalza a vessillo indiscutibile da seguire per vie di intermediazione sacerdotale.
Centochiodi è un’accusa verso quel tipo di cultura libresca che per molti supera il calore di una mano da accarezzare, il tocco di un bacio peccaminoso da cui ci si può lasciar sfiorare, la generosità di una natura benigna pronta a dispensare sacre e molli ombre al passeggiatore solitario lungo le rive di un fiume.
Celebri episodi evangelici vengono mirabilmente rinnovati alla luce di un significato umano, troppo umano direbbe un filosofo.
La panettiera ripropone il mito della meretrice che dispensa piacere agli uomini, ma che di fatto si pone tra le più limpide figure di dolcezza e di generosità.
Servire il vino migliore in una novella Cana sulle sponde del grande fiume, vero protagonista della fotografia del film, può rinnovarsi al desco di un gruppo di amici, che vivono intensamente l’afflato della fraternità.
Rimettere in sesto una cascina abbandonata con l’ausilio di umili braccia fa urgere l’esigenza di un ritorno alle origini, di un ritorno a costruire l’ecclesia con mani semplici e pochi mezzi.
Il film di Olmi è insieme accusa e redenzione, allegoria e trasfigurazione della realtà, bestemmia e preghiera, arroganza e umiltà.
Si naviga una religiosità che scorre dentro lenta come la corrente del fiume, che fa da padrone in quasi tutto il film e che schiaffeggia tanta tronfia arroganza ratzingeriana.
Solo dopo il film credo di avere compreso perché la scelta sia caduta su Raz Degan; il bamboccio da ginnastica da letto si presta bene nel suo misto di sguardo sofferente e pensoso… a sottolineare una carnalità che sembrerebbe appartenere a Dio.
postato da melchisedec alle ore aprile 03, 2007 06:43 | Permalink | commenti (19) / commenti (19) (pop-up)
categoria: religio, post film, pellicole cult


martedì, 13 marzo 2007

La Scialabba e la Scannariato

Il viso da angioletto ha sempre ingannato pioggia di marzo
i miei insegnanti sin dalle elementari.
Per un caso fortuito della mia sensibilità sono sempre riuscito a captarne emozioni, sentimenti e sgami amorosi.
Sempre con le antenne a parabola.
Attento e curioso ad indagarne i più impercettibili moti.
 
In quinta elementare la maestra Salvina si assentò per un mese o più.
Ed ecco la supplente, giunonica, bruna, sanguigna.
Amoreggiava col segretario, parola in quel tempo che suscitava in me l’idea dell’essere importante, del contare a livello sociale.
Segretario era colui che deteneva i segreti della scuola.
Ma quali segreti burocratici!
Per me il segreto era il lancio di occhiate tra i due dietro la cattedra o sulla soglia della porta dell’aula, mentre noi alunni ad eseguire i conticini con le lenticchie.
 
chefinehafattobabyjaneIn seconda media fu il turno dell’insegnante di italiano, la terrifica Scialabba.
Solo a sentirne il profumo, essenza di tuberose, violente per un dodicenne, me la facevo sotto.
Se non si diffondeva nell’aria l’effluvio della viperessa, era assodato che era assente.
La Scialabba si ammalò; a quanto pare una brutta, e salvifica per noi alunni, caduta.
Fu il turno della Scannariato, una nevrotica, bionda artificiale con boccoli alla baby jane.
Il tic che la contraddistingueva… togliersi dalla maglia o dal cappotto i peluzzi in più con una precisione davvero sconcertante.
Sul più bello, con le dita a mo’ di becco, puntava una parte della maglia e zacchete… il peluzzo veniva eliminato!
Mi colpiva la repentinità dell’azione.
Eppure la Scannariato, apparentemente frigida, amoreggiava.
E con chi?
Con un collega di educazione tecnica che Lei ci presentò come cugino.
Brutto come il famigerato anatroccolo, uno scheletro con lenti a fondo di bottiglia e acne diffusa.
Noi, approfittando del corteggiamento, a fare confusione.
Improvvisamente l’urlo sgangherato della Scannariato, violento anch’esso come il profumo della Scialabba.
 
Non oso pensare alla tac che eseguono i miei alunni su me e le mie perfomances.
 
(Dei cognomi ho solo variato qualche consonante… non si sa mai!)
postato da melchisedec alle ore marzo 13, 2007 18:16 | Permalink | commenti (18) / commenti (18) (pop-up)
categoria: ricordi, melchisedec, pellicole cult


martedì, 06 febbraio 2007

“Gli uomini prima sentono senza avvertire, dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura”.
(G.B. Vico, Dignità LIII)
 
Il tempo cronologico, la stanchezza fisica, sensila programmazione migliore,
spostata in tarda serata, hanno sempre impedito che m’immergessi
nella poesia di Pomodori verdi fritti.
Invece, ieri sera, per caso La7 mi ha fatto un bel regalo. Ho riconosciuto subito che si trattava di un film che avrei per sempre inciso negli annali delle pellicole da me adorate, di quelle che vedi centinaia di volte con le medesime emozioni, magari con riflessioni sempre nuove e produttive per la vita interiore. La schermata ha mostrato il volto di Ninny(Jessica tandy), mi sono precipitato su televideo e zac… era proprio Pomodori verdi fritti.
Me lo sono gustato, poltrendo a letto; non ho avuto neanche la forza di fare pausa, nessuna sigaretta dopo quella post-cena.
Solo emozioni. E ho stentato a prendere sonno.
Che cosa è avvenuto? A scanso di accuse di banalizzazione, il film, aristotelicamente parlando, ha prodotto in me una sorta di catarsi violenta, la liberazione da una tensione emotiva che da giorni mi attanagliava. In questo devo riconoscere ai teorici dell’estetica del sensismo un grande merito: l’arte, almeno nella immediatezza della fruizione, segue un canale assolutamente soggettivo, che si giova della nostra sensibilità. Avviene un sorta di centrifuga interiore che ti cattura nel vortice del movimento. Solo dopo, forse, a tempo dovuto, l’elaborazione concettuale fa il suo lavoro. Ma solo dopo. E chi gode dell’arte vorrebbe rimandare all’infinito questo dopo.
 
Non stupitevi per il fatto che l’abbia visto solo ora; a volte vivo fuori dal mondo. Ed è perché “fuori” da esso ci sto bene. Poi torno però.
 
postato da melchisedec alle ore febbraio 06, 2007 19:05 | Permalink | commenti (18) / commenti (18) (pop-up)
categoria: melchisedec, pellicole cult


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