giovedì, 12 novembre 2009

scarpe 003
Orme pendule scandiscono al cielo muti passi.
 
(Da anni quelle scarpe penzolanti mi tentano; ieri lo scatto)
postato da melchisedec alle ore novembre 12, 2009 07:53 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria: indefinito, le foto di mel, angoli di bellezza, imago luce expressa, imaginem cogitatione fingere, ars imagines luce exprimendi


domenica, 16 agosto 2009

L'eremo di Tagliavia

Circa trentasette anni fa, mi raccontano, ho visitato il santuario di Tagliavia con annessa scampagnata; ma chi se ne ricorda? Mi è sembrato giusto recuperare proprio ieri pomeriggio.eremo di tagliavial'antica cappella
Il santuario di Tagliavia(PA) nacque sul finire del XVIII secolo.
Racconta la leggenda che un giorno dei garzoni, nel rimuovere un cumulo di sassi, furono attratti da un masso squadrato rimasto sepolto per chissà quanto tempo. Con sorpresa, rivoltato il blocco di pietra, scoprirono che esso era servito a un ignoto pittore per dipingere un’immagine della Vergine del Rosario. Ci si avvide in seguito che quell’immagine era stata ispirata dal dipinto del pittore fiammingo Anton Van Dyck, conservato nell’oratorio dei Cavalieri di Malta a Palermo, dove ebbe sede la prima Compagnia del Rosario.
Dopo la scoperta del “sacro” dipinto, a Tagliavia si gridò al miracolo, tanto più che nello stesso posto fu trovato un pozzo d’acqua ritenuta miracolosa: quest’acqua, data da bere agli armenti colpiti da un grave male, straordinariamente ne favorì l’immediata guarigione. Anche re Ferdinando II di Borbone, che dalla sua residenza di caccia della Ficuzza di tanto in tanto si recava nella vicina Tagliavia, avrebbe sperimentato la miracolosità di quell’acqua: colpito da un oscuro male a un ginocchio, devotamente rivolgendosi alla Madonna, bagnò la parte inferma con l’acqua del pozzo e guarì. Il re, per riconoscenza alla Madre santa, donò ai romiti raccoltisi attorno al santuario, che nel frattempo si stava costruendo, oltre venti ettari di terreno, concedendo anche un assegno annuo, il diritto a cento carri di legna da ardere ogni anno e numerose altre regalìe.
I romiti si radunarono a Taglìavìa spontaneamente. Dapprima non ebbero regola nè abito e vissero in un paio di stanzette. Fu opera loro la prima chiesetta, oggi adibita a sacrestia del santuario. La foggia dei loro abito iniziale fu suggerita dallo stesso re Ferdinando II, ma risultò essere troppo simile a quella dei cappuccini; per questo l’arcivescovo la sostituì con una tunica bianca stretta alla vita con una cinghia di cuoio, uno scapolare marrone, un mantello anch’esso marrone e un paio di scarponi indubbiamente più adatti dei francescani sandali alla dura vita nei campi. Il nuovo edificio fu inaugurato il 1° maggio 1845. Ha facciata neoclassica, realizzata con la pietra della vicina rocca di Bavaria.
I romiti ormai se ne sono andati. Per un certo periodo, dopo la morte dell’ultimo frate-contadino, vi abitarono i benedettini.
Ora non ci sono più neanche loro.
Ogni anno per l’Ascensione, probabilmente in ricordo dell’inaugurazione della chiesa, Tagliavia è meta di scampagnate festìve per gli abitanti dei paesi vicini. La festa non è più sentita come negli anni passati, quando era tutto un accorrere di uomini, donne e bambini vestiti a festa e dei carretti. Tuttavia, ancor oggi, bandierine di cartone con l’immagine della Madonna, palloncini colorati e fumi di improvvisati barbecue ravvivano i dintorni del santuario, dopo la messa nella nuova chiesetta.
accesso alle celle dei monaci

L'accesso alle celle dei monaci

bagno

Per lavarsi

ferragosto 028

Il paesaggio intorno al santuario tra Corleone e Piana degli Albanesi

tramonto

Tramonto sul lago di Piana degli Albanesi(PA)

imbrunire

 

Qualche minuto dopo i colori sono cambiati; che meraviglia!
sabato, 01 agosto 2009

"Accabadora"

Michela_Murgia_Accabadora_d0[1]L’ultima. Io sono stata l’ultima madre che alcuni hanno visto.
 
Ho già avuto l’occasione di assaporare la vena narrativa della scrittrice sarda Michela Murgia, classe ’72, infatti ne ho ascoltato un racconto su radioTre. Dapprima mi attrasse il tono della voce e la capacità di imprimere un ritmo vitale e alacre al narrato, ricevendo io l’impressione della rara coincidenza tra vita e racconto, tra il percorso cittadino fatto dalla protagonista-narratrice sotto la pioggia per le strade di Milano(mi pare) e la luce proiettata su di esso dalla parola e dal discorso che si fa ricerca di senso. Entusiasmato, visitai il sito della scrittrice, complimentandomi per il racconto e stupidamente esortandola a pubblicare il racconto della pioggia destinato, a quanto pare, all’ascolto.
Nel frattempo, però, Michela Murgia probabilmente lavorava, nel senso del “labor” latino, ad un romanzo speciale, Accabadora, di cui ho avuto notizia proprio nel sito di radioTre.
Ho letto Accabadora con curiosità ingorda; a livello stilistico vi ho subito rintracciato le perle della scrittura della Murgia: un periodare ben articolato sintatticamente e obbediente alle regole della lingua italiana, un uso sapiente del discorso indiretto(è chiaro chi narra e chi pensa) intrecciato a dialoghi fra i personaggi dal ritmo serrato e pregni di senso, l’uso della similitudine e talvolta della metafora afferenti ai campi semantici del livello culturale dei personaggi e del narratore, l’incastonamento nel tessuto narrativo di isole analettiche che non sviano il lettore dalla trama, ma anzi lo guidano alla ricostruzione dei significati.
Se lo stile è pregevole, la trama è straordinaria.
Una storia radicata negli anni Cinquanta, per l’ambiente storico-sociale-geografico in cui si muovono i personaggi, e senza Tempo per gli interrogativi che scaturiscono per il lettore.
Il romanzo narra la vicenda di Maria Listru, figlia d’anima di Bonaria Urrai, sarta e abbacadora di Soreni; fillus de anima è, come dice la narratrice, quel figlio generato due volte, una col parto, l’altra con l’affiliazione, mentre “accabadora” è chi assiste il morente e se ne fa in qualche modo liberatore dai lacci della vita, quasi una novella Parca di cultura sarda.
Il disagio economico della famiglia Listru, la colpa di Maria per essere l’ultima di casa, in senso anagrafico e affettivo, l’occhio attento di Bonaria Urrai che si posa su una particolare mania della bambina, la mancanza di un figlio proprio per la vecchia donna innescano la relazione , di mutuo arricchimento, tra le due donne, che avvincono il lettore dall’inizio alla fine.
Alla vicenda di Bonaria Urrai e Maria Listru, la vecchia sarta che si fa maestra di vita e la bimba nel suo percorso di educazione sentimentale, si intreccia quella della famiglia Bastìu e della tragica vicenda di Nicola, che costituisce lo spartiacque tra la prima e la seconda parte del romanzo.
La maestria narrativa di Michela Murgia si rivela pure nel sistema dei personaggi e nella loro caratterizzazione: né Maria, né Bonaria Urrai campeggiano egocentricamente nella narrazione, perché ogni personaggio, dalla madre alle sorelle di Maria, da Andria, fratello di Nicola Bastìu, fino al prete della comunità di Soreni, assumono un ruolo fondamentale nella veicolazione dei significati del romanzo, che si presenta ricco di temi e di spunti di riflessione tanto più validi, sul piano universale, perché scaturiscono da un mondo ormai tramontato: le vicende di Maria e Bonaria Urrai, Nicola e Andria assurgono, a mio parere, al ruolo di archetipi della condizione umana, sganciati dalle mode e dagli scimmiottamenti di tanta letteratura contemporanea capace di soddisfare quanto un orgasmo mordi e fuggi.
I temi sono vari e corposi e si prestano all’attualizzazione problematica: il valore affettivo che lega madre e figlio può essere inverato da un’eredità che è soltanto “biologica”? Esiste la possibilità di una relazione di affiliazione che supera le barriere naturali e sociali? Concepibile, in un sistema sociale rigido, concedere spazio agli ultimi? Ai “diversi”? Almeno quelli considerati tali o che si sentono tali.
In quale spazio mentale l’uomo di oggi ha relegato il momento della morte? Si nasce, nella società contemporanea, sempre più assistiti da figure professionali di alta specializzazione, si nasce, insomma, sempre più in compagnia. E quando si muore? Possiamo autorizzare qualcuno a farci morire dignitosamente? Quali i limiti? Quali le prospettive di orizzonte?
Il romanzo non dà risposte, non sarebbe un romanzo, ma suggerisce, sussurra, illumina, destabilizza le incrollabili certezze di un tempo attuale sempre più disumanizzante.
Personalmente annovero “Accabadora” tra i migliori libri letti quest’anno.
Fruttuosa carriera a MICHELA MURGIA !
Il buongiorno si vede dal mattino!
lunedì, 27 luglio 2009

Sullo stile

Dalla parte del fruitore
Diventa difficoltoso e alquanto imbarazzante quando, a proposito di una recensione, soprattutto di un testo letterario, si è costretti in qualche modo a liquidarlo con un’argomentazione quanto mai inconsistente: “Non mi piace lo stile”.
Si tratta, infatti, di una posizione estremamente soggettiva che, in ambito scientifico, nessuno si permetterebbe di pronunciare.
Il rischio sarebbe una rissa accademica con annessi e connessi di defezioni, abbandono di poltrone e rimbrotti.
Qui nei blog ce lo possiamo, invece, permettere, ma fino ad un certo segno.
Chi propone all’attenzione altrui un testo letterario sicuramente è animato da buone intenzioni e vuole condividere con i lettori emozioni, pensieri, posizioni ideologiche e così via.
Sovente, almeno per gli autori di cui ho letto qualcosa, scrivo “Non mi piace lo stile”.
Si sa che forma e sostanza dell’espressione e del contenuto vanno di pari passo, tuttavia succede che contenuti pregevoli non si sostanzino, nella pragmatica della fruizione(cioè dal punto di vista di chi legge), in uno stile diciamo soggettivamente piacevole.
Pertanto un paio di maniche è descrivere analiticamente lo stile di un autore, e qui la tradizione è sterminata, scuole su scuole si sovrappongono e si rintuzzano, un altro è stabilire le motivazioni profonde che spingono il lettore a prediligere uno stile rispetto ad un altro.
Un’indicazione ctonia ci proviene da Leo Spitzer che, nella definizione di stile, formula il seguente postulato: “A qualsiasi emozione, ossia a qualsiasi allontanamento dal nostro stato psichico normale, corrisponde, nel campo espressivo, un allontanamento dall’uso linguistico normale; e viceversa, … un allontanamento dal linguaggio usuale è indizio di uno stato pschico inconsueto”.
Ne consegue che, se è compito del critico cogliere queste deviazioni dall’uso linguistico normale, spie della condizione d’animo dello scrittore, è compito del lettore, nella sua autentica soggettività, ritrovare o non ritrovare in quelle deviazioni il proprio materiale pschico o se vogliamo spirituale, per usare un termine meno clinico.
Si tratta di una confluenza fortuita e indefinibile.
Detto questo, posto una foto che ho scattato ieri al tramonto, dacché il discorso sullo stile, dalla parte del fruitore e senza il mero descrittivismo, vale nel complesso anche per le immagini.
incontro

(Incontro di luci, un angolo del centro storico di Palermo)

mercoledì, 22 luglio 2009

Sono in vena di segnalazioni stamattina.
 
QUI le opere straordinarie di Antonello Blandi, che ci consegna una Sicilia multicolorata e caliente tra sogno, immaginazione e potenza creativa.
01
 
 
Una poesia di Cataldo Dino Meo , che ho letto nel blog di Pitagox.
Ne riporto una.
 
Non siamo condannati all’amore, possiamo vivere anche senza,
così com’è possibile spassarsela molto bene anche senza dio.
In tutta la mia vita non ho mai detto / ti amo / a una donna.
Non per sfortuna o recalcitrante predisposizione alla follia,
neanche per il contagio di un virus disgraziato,
o per colpa grave da espiare.
Come non ho mai avuto neppure un motivo recondito,
impronunciabile, da collegare al mio increscioso delitto.
Dire / ti amo / a una sola donna è un crimine che non ho mai
voluto commettere perché non sono poi così spietato
da fare torto a tutte le altre.
Gli amanti sono monoteisti, hanno un divino perentorio.
Essi affermano: non avrai altro amore all’infuori di me.
Un Gentiluomo non può infangare la sua onorabilità assumendo
un comportamento ingiurioso nei confronti delle altre donne.
Egli non rinnegherà mai l’inderogabile dovere
di ossequiare sempre e ovunque, la bellezza.
(Cataldo Dino Meo)
lunedì, 29 giugno 2009

Le pause mi fanno proprio male

Minimo, per nulla importante.
Il senso di un post non è riconducibile necessariamente al narrato, diciamo volgarmente al contenuto.
Probabilmente neanche c’è contenuto o, se c’è, è insignificante dal punto di vista di chi legge.
Il lettore, dunque, può trovarsi seriamente in imbarazzo.
Che gliene può fregare del bruco che mi divora  le foglie delle zinnie?
Lo confermano i commenti al post precedente, pochi.
Tanto per continuare a imbarazzare il lettore, riporto delle riflessioni grammaticali, scaturite dalla visione di questa scena.
Dei rondinotti(o simili) volteggiano nell’azzurro, percorrendo sempre la medesima ellisse.
Pare incredibile, ma è così.
Mi è riaffiorato un poetico “Che voli di rondini intorno…”
Ma “intorno” che complemento è?
Oscilla tra un complemento avverbiale di stato in luogo circoscritto e uno di moto a luogo circoscritto.
Se è vero che gli uccelli sono intorno in un luogo circoscritto(lo spazio d’ aria tra l’antico palazzo, le scale di emergenza della mia scuola, da dove scatto la foto, e i tetti di altri palazzi), tuttavia le creature non stanno ferme, ma compiono un giro intorno.
Sempre il medesimo.
Lo confermano gli occhi di chi scatta la fotografia.
Il problema sta, però, nell’enunciato, ossia nell’omissione del predicato verbale(Che voli di rondini intorno...).
Di stasi? Di movimento?
La foto non lascia dubbi.
L’enunciato, pur poetico, lascia un che di indefinito.
Appunto poetico.
rondini 006
mercoledì, 20 maggio 2009

Squadre speciali

untitledI maturandi han formato delle squadre di calcio speciali; presento quella dei classici italiani. Pensate che c’è quella dei Promessi Sposi e degli scrittori latini, delle divinità e dei personaggi danteschi.
Per un giorno han fatto loro lezione a me su come è composta una squadra e sul ruolo dei giocatori. I miei amati Leopardi, Pascoli, Tasso e Pavese in panchina. Non sono però tanto sicuro che siano soltanto questi... Ormai i ragazzi sorridono. Lo sanno che li adoro tutti e che le dichiarazioni di propensione per l’uno o per l’altro sono false.
***

 

 

UNGARETTI

 

 

 

Allenatore Pasolini

Saba

 

Montale

 

Svevo

Verga

 

 

 

 

Pirandello

 

 

 

Machiavelli

 

 

Carducci

 

 

 

 

Dante

 

 

 

Manzoni

 

 

Foscolo

 

                                        

 

Panchina:

Leopardi (sigh!)

Pascoli (sigh!)

D’Annunzio

Tasso (sigh!)

Pavese (sigh!)

Marinetti

Ariosto

postato da melchisedec alle ore maggio 20, 2009 06:51 | Permalink | commenti (15) / commenti (15) (pop-up)
categoria: nugae, melchisedec, cronache extra-scolastiche, imaginem cogitatione fingere


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