In primavera, contrariamente all’apertura della luce e dell’azzurro, si è rarefatto lo spazio per la lettura personale, per un libro, un buon libro.
Sono riuscito a terminare, tuttavia, la lettura di Le piccole virtù di Natalia Ginzburg, pubblicato nel 1962.
Si tratta di una miscellanea di pagine autobiografiche e saggistiche, che spaziano dalla famiglia d’origine alla formazione scolastica, dall’amore con Leone Ginzburg all’amicizia con Cesare Pavese.
La scrittura della Ginzburg è piana e scorrevole, non indugia né sulle mielosità dell’io, né sul descrittivismo che si autocelebra.
Alcune pagine rievocano dal di dentro cosa sia stato essere donna di origine ebraica negli anni della dittatura fascista e della Guerra, raccontano il quotidiano dell’esilio in Abruzzo insieme al marito, rivelano l’amore per il mestiere di scrivere e di pensare, di gioire e di illanguidire nella malinconia insieme allo scorrere lento del Po o alla monotonia dei cumuli di neve dell’Appennino italiano.
Ho trovato pregevoli alcuni passi, che riporto di seguito.
Scegliere
Ma fare della vita una pura scelta non è vivere secondo natura: è vivere contro natura, perché all'uomo non è dato scegliere sempre: l'uomo non ha scelto l'ora della sua nascita, né il proprio viso, né i propri genitori, né la propria infanzia: l'uomo non sceglie, di solito, l'ora della sua morte. L'uomo non può che accettare il proprio viso così come non può che accettare il suo proprio destino: e la sola scelta che gli è consentita è la scelta fra il bene e il male, fra il giusto e l'ingiusto, fra la verità e la menzogna.
Sul mestiere di scrivere
Perché questo mestiere non è mai una consolazione o uno svago. Non è una compagnia. Questo mestiere è un padrone, un padrone capace di frustarci a sangue, un padrone che grida e condanna. Noi dobbiamo inghiottire saliva e lagrime e stringere i denti e asciugare il sangue delle nostre ferite e servirlo. Servirlo quando lui lo chiede. Allora anche ci aiuta a stare in piedi, a tenere i piedi ben fermi sulla terra, ci aiuta a vincere la follia e il delirio, la disperazione e la febbre. Ma vuol essere lui a comandare e si rifiuta sempre di darci retta quando abbiamo bisogno di lui.
Su Cesare Pavese
Era, qualche volta, molto triste: ma noi pensammo, per lungo tempo, che sarebbe guarito di quella tristezza, quando si fosse deciso a diventare adulto: perché ci pareva, la sua, una tristezza come di ragazzo, la malinconia voluttuosa e svagata del ragazzo che ancora non ha toccata la terra e si muove nel mondo arido e solitario dei sogni. Qualche volta, la sera, ci veniva a trovare; sedeva pallido, con la sua sciarpetta al collo, e si attorcigliava i capelli o sgualciva un foglio di carta; non pronunciava, in tutta la sera, una sola parola; non rispondeva a nessuna delle nostre domande. Infine, di scatto, agguantava i1 cappotto e se ne andava. Umiliati, noi ci chiedevamo se la nostra compagnia l' aveva deluso, se aveva cercato accanto a noi di rasserenarsi e non c'era riuscito; o se invece si era proposto, semplicemente, di passare una serata in silenzio sotto una lampada che non fosse la sua.
Conversare con lui, d' altronde, non era mai facile, nemmeno quando si mostrava allegro: ma poteva essere, un incontro con lui anche composto di rare parole, tonico e stimolante come nessun altro. Diventavamo, in sua compagnia, molto piu intelligenti; ci sentivamo spinti a portare nelle nostre parole quanto avevamo in noi di migliore e di piu serio; buttavamo via i luoghi comuni, i pensieri imprecisi, le incoerenze.
Ci sentivamo spesso, accanto a lui, umiliati: perché non sapevamo essere, come lui, sobri, né come lui modesti, né come lui generosi e disinteressati. Ci trattava, noi suoi amici, con maniere ruvide, e non ci perdonava nessuno dei nostri difetti; ma se eravamo sofferenti o malati, si mostrava ad un tratto sollecito come una madre.