venerdì, 21 agosto 2009

L'ora di Montalbán

scansione0004Non ho mai celato l’avversione, tutta culturale, per il genere noir e, ancora più, per il giallo, però Manuel Vázquez Montalbán, cui mi sono accostato per cause concomitanti e fortuite, le interessanti recensioni  lette nel blog TENDA ROSSA e una capatina in libreria per due acquisti da tempo in cantiere, tutto d’un colpo, o d’un fiato sarebbe meglio dire, ha provocato più di una crepa nei pregiudizi costruitimi.
Ci sono andato cauto, scegliendo tre brevi racconti, Le ceneri di Laura, Quel che poteva essere e non fu, La ragazza che non sapeva dire di no.
Storie che orbitano attorno alla sfera sentimentale; sarebbe alquanto fuorviante adoperare la parola “amore”, perché costituirebbe una offensiva limitazione dell’universo umano, che è oggetto dell’esplorazione del detective Pepe Carvalho.
Vuoi o non vuoi, nell’immaginario collettivo amore, quello a parole s’intende, fa pingere nelle grasse immaginazioni cupidi e veneri, languori estenuanti e infatuazioni durevoli quanto la fiamma di un cerino minerva, eteree farfalle e casti fringuelli; si spazia dal platonismo esasperante alla pornografia torbida con pennellate d’eros.
Gli amori di Montalbán si leggono e si vivono così come sono, come si imprimono sulle menti dalle cronache giornalistiche, come si ascoltano dalle confidenze di un amico, come si sbirciano dal chiavistello della nostra fantasia fantasmatica o si godono dall’occhio di una cam; possono giungere nell’abisso del nostro essere e richiamare un già vissuto e persino farcelo agognare.
La marca costitutiva di Pepe Carvalho è, infatti, la scoptofilia investigativa, intesa qui come capacità di addentrarsi, fino all’eccitazione intellettuale, nei meandri sfaccettati dell’essere umano, non soltanto per risalire al movente del delitto, ma anche per offrire al lettore un’interpretazione filosofica che calzi con il dato nudo e crudo; si alternano così, a livello stilistico, lacerti sintattici che possono raggiungere le più alte vette poetiche, è il caso del seppellimento del contenitore con le ceneri di Laura, una ferita umida nella terra addormentata, o svelare il senso di un amplesso consumato con ingordigia, disse lei prima di riempirsi la bocca di carne umana, sorridere per la franchezza ironica con cui Pepe definisce, per bocca dei poliziotti, il detective, cioè se stesso, un annusatore di patte per conto terzi, o scandalizzarsi per l’associazione a delinquere di una coppia, nella quale il marito è procacciatore di ricconi e la moglie una che non sa dire di no.
In ogni caso Pepe Carvalho te lo senti vicino, uomo tra gli uomini: sa essere filosofo e poeta, amante schietto e passionale, detective lucido e curioso, gourmet esperto e fantasioso, sa miscelare sapientemente il dire e il fare.
Vivendo le sue avventure, il lettore conosce più ampiamente questa strana creatura che è l’uomo.
Un eroe anti-eroe che si vorrebbe incontrare almeno una volta nella vita.
postato da melchisedec alle ore agosto 21, 2009 12:01 | Permalink | commenti (5) / commenti (5) (pop-up)
categoria: libri, arte, archetipi, eresie interpretative, post lettura, manuel vásquez montalbán


lunedì, 10 agosto 2009

Santa_Cecilia Soltanto leggendo le prime cinquanta pagine di "Cecilia" di Linda Ferri ho trovato qualcosa di interessante, per il resto il romanzo, strutturato in tre parti, risulta abbastanza noioso, pur narrando la storia di una benestante virgo romana, Cecilia, tra gli imperatori Marco Aurelio e Commodo, della sua formazione, delle "scelte" obbligate in una società maschilista, dei suoi entusiasmi(l'amicizia, la musica, la poesia), dei suoi due amori, Valeriano prima, Cristo dopo.
Le pagine più belle sono relative alla relazione amicale con Annia e ai tentativi di convincere Lucrezia, la propria amica del cuore, che l'amante, Aurelio, la tradisce con un'altra.
Cecilia, addirittura, è in grado di riconoscere, dietro le manovre di Aurelio, i versi di Ovidio; per il resto sembra di leggere la sceneggiatura di una fiction.
La narratrice è autodiegetica ed è monocorde: parla il linguaggio dei poeti(pregevole)e non conosce evoluzione linguistico-spirituale.
Ho faticato e pazientato, sebbene lo stile sia scorrevole.
I rimandi al mondo classico, tramite citazione o attraverso calchi espressivi, appesantiscono la lettura e non permettono al lettore di ripercorrere con la propria sensibilità di moderno i già battuti sentieri dell’elegia, dell’abbandono innocente all’eros, della filosofia lucreziana o della sapientia cristiana primitiva.
La letteratura ci ha già consegnato grandi personaggi antichi partoriti dalla penna di moderni, ma li abbiamo amati perché quegli uomini e quelle donne, penso ad Adriano e a Cassandra, pur ancorati ad un’età tramontata, li abbiamo filtrati con l’inquietudine dell’oggi.
La Cecilia di Linda Ferri è una virgo scialba e piatta, troppo perfetta per noi contemporanei che, a torto o a ragione, siamo allergici alla perfezione spirituale.
Non me ne voglia la scrittrice!
postato da melchisedec alle ore agosto 10, 2009 17:32 | Permalink | commenti (6) / commenti (6) (pop-up)
categoria: libri, cecilia, eresie interpretative, post lettura, linda ferri


venerdì, 07 agosto 2009

Quariasse, - ci dico, perché affacci

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Le stelle le ho viste, ma non so cosa sono. Sono a uso delle stampe del Signore. Pure nelle stampe del Signore ci sono le stelle. Sono a uso d'occhi, chi sa che sono. La luna è la Madonna. L'ho sentito dire e lo dico pure. II sole è il Signore. La luna è la Madonna. Ci prego. Ci dico quando fa freddo che affacciasse, quando fa caldo ci dico che facesse fresco.
Quando fa freddo: - Quariasse, - ci dico, perché affacci. Alla luna quando fa scuro ci dico di affacciare. Ci voglio bene al sole e alla luna. Quando fa freddo, affaccia il sole e piace. Quando fa scuro, affaccia la luna e piace, si vede a camminare. Ci ho pregato pure alle stelle. Ci ho detto: - Affacciasse -; mi piaciono le stelle, mi piaciono guardarle. Sono belle.
Le cose che mi piace di più è divertirmi, andare al paese e divertirmi. Vedo la mamma, i fratelli, il papa, gli zii tutti, quando ci vado per un giorno. Mi piace pure gli animali e lavorare, che uno diventa massaro, raccoglie e mangia. Certe volte prego di stare buono il tempo, e non piovere, d'inverno, e di non venire il temporale. Lo prego al Signore. Ci dico: - Signoruzzu, non facesse malu tempo -. Ce lo dico con la voce.
II vento è che fa freddo. Cosa è il vento? L'erba fa un po' di qui, un po' di la, si rimena. Perché c'e il vento. Se fa freddo si prega il sole di far caldo così gli animali se la passano meglio. Mi ha insegnato mia madre a pregare il sole, e mio padre. Tutti noi pastori preghiamo il sole per far caldo, e la luna per far luce alla notte.
II mare l'ho sentito dire. Stiamo qui d'estate e d'inverno. II mondo è un mare. II mare non lo so cosa è. II mondo è un mare: perché l'ho sentito dire dagli altri carusi. È  tutto un mare, dicono.
Le nuvole le ho viste. Ma non so cosa sono. Vanno quando c'e il vento.
Siamo al mondo perché ci abbiamo la casa e lavoriamo. Si mangia. Siamo al mondo per lavorare. Per mangiare. Per lavorare. Io niente so.
L'uomo invecchisce, tutto invecchisce, cristiani e animali. II sole non invecchia mai.
(Danilo Dolci, dai “Racconti siciliani”, Leonardo)
 
In questi giorni ho ascoltato diverse voci pronunciarsi sul dialetto; si è in accordo, almeno in generale, sulla necessità di non relegare in soffitta i dialetti, mentre, relativamente alle motivazioni, siano esse di ordine politico, siano esse spiccatamente polemiche(rimando al pur pregevole articolo di Michele Serra ), si resta molto perplessi ad essere sinceri, così come si prova un senso di entusiasmante esaltazione ad ascoltare chi ha fatto dei dialetti, a livello filologico e artistico, un motivo di vita e di crescita umana e culturale. È il caso di Eugenio Finardi, intervistato oggi a radio3 a proposito del suo imminente impegno nella Notte della Taranta che si gioverà di un contributo del cantautore in greco antico; l’artista ha giustamente connesso l’uso del dialetto al processo di identità, considerata questa non come gabbia entro cui nutricare la belva del razzismo e della xenofobia, ma come creatura proteiforme, aperta e mobile come quelle aree geografico-culturali di confine, in cui una parola muta invisibilmente suono e senso e si arricchisce del contatto con l’altro.
Nell’orbita del processo linguistico-identitario(e viceversa) non c’è posto per le imposizioni, ma per la persona come creatura culturale, marcata linguisticamente, sia in senso nazionale che localistico.
Non occorre una disposizione legislativa per far sì che un docente conosca il dialetto della regione in cui presta servizio, perché sarà la sua naturale e istintiva(mi auguro)curiositas a spingerlo ad assaporare accenti e inflessioni, a operare confronti col proprio dna dialettale, a impadronirsi di nuove parole ed espressioni, percependone la portata culturale, sociale e storica.
La mia posizione è semplicissima.
Il dialetto è come la fragranza di cui si impregna l’armadio della propria madre e che non ti levi più d'addosso. 
postato da melchisedec alle ore agosto 07, 2009 19:45 | Permalink | commenti (12) / commenti (12) (pop-up)
categoria: politica, dialetto, attualitĂ , taranta, finardi, melchisedec, danilo dolci, eresie interpretative


lunedì, 27 luglio 2009

Sullo stile

Dalla parte del fruitore
Diventa difficoltoso e alquanto imbarazzante quando, a proposito di una recensione, soprattutto di un testo letterario, si è costretti in qualche modo a liquidarlo con un’argomentazione quanto mai inconsistente: “Non mi piace lo stile”.
Si tratta, infatti, di una posizione estremamente soggettiva che, in ambito scientifico, nessuno si permetterebbe di pronunciare.
Il rischio sarebbe una rissa accademica con annessi e connessi di defezioni, abbandono di poltrone e rimbrotti.
Qui nei blog ce lo possiamo, invece, permettere, ma fino ad un certo segno.
Chi propone all’attenzione altrui un testo letterario sicuramente è animato da buone intenzioni e vuole condividere con i lettori emozioni, pensieri, posizioni ideologiche e così via.
Sovente, almeno per gli autori di cui ho letto qualcosa, scrivo “Non mi piace lo stile”.
Si sa che forma e sostanza dell’espressione e del contenuto vanno di pari passo, tuttavia succede che contenuti pregevoli non si sostanzino, nella pragmatica della fruizione(cioè dal punto di vista di chi legge), in uno stile diciamo soggettivamente piacevole.
Pertanto un paio di maniche è descrivere analiticamente lo stile di un autore, e qui la tradizione è sterminata, scuole su scuole si sovrappongono e si rintuzzano, un altro è stabilire le motivazioni profonde che spingono il lettore a prediligere uno stile rispetto ad un altro.
Un’indicazione ctonia ci proviene da Leo Spitzer che, nella definizione di stile, formula il seguente postulato: “A qualsiasi emozione, ossia a qualsiasi allontanamento dal nostro stato psichico normale, corrisponde, nel campo espressivo, un allontanamento dall’uso linguistico normale; e viceversa, … un allontanamento dal linguaggio usuale è indizio di uno stato pschico inconsueto”.
Ne consegue che, se è compito del critico cogliere queste deviazioni dall’uso linguistico normale, spie della condizione d’animo dello scrittore, è compito del lettore, nella sua autentica soggettività, ritrovare o non ritrovare in quelle deviazioni il proprio materiale pschico o se vogliamo spirituale, per usare un termine meno clinico.
Si tratta di una confluenza fortuita e indefinibile.
Detto questo, posto una foto che ho scattato ieri al tramonto, dacché il discorso sullo stile, dalla parte del fruitore e senza il mero descrittivismo, vale nel complesso anche per le immagini.
incontro

(Incontro di luci, un angolo del centro storico di Palermo)

giovedì, 09 luglio 2009

Manipolare

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C’è una dote nella quale non eccello: la capacità di manipolare gli altri per tornaconto personale.
Detta capacità raggiunge l’acme della finezza elegante e dell’acume chirurgico in chi, oltre al dono dell’intelligenza, ha quello della favella sciolta e persuasoria.
Non mancano, certamente, casi di manipolazione per via emotivo-sentimentale o addirittura attraverso il silenzio.
Il manipolatore linguistico non scopre mai il proprio intento all’interlocutore, anzi professa libertà di parola e d’espressione, rispetto delle singole posizioni individuali e apertura al confronto.
Il manipolatore è uno che ascolta, soppesa, valuta formulazioni di pensiero diverse dalle proprie; anzi, ascoltata una proposta o un suggerimento, è capace di manifestare all’altro sentimenti di esaltazione mentale e di entusiasmo, plaude, si complimenta.
Poi, nel silenzio della sua elaborazione concettuale, come un ragno paziente tesse i fili dell’inganno, dell’imbroglio, del raggiro.
La bravura è nel far sì che le sue scelte, utili alla preservazione personale sul piano etico -collettivo e talvolta alla incolumità del proprio corpo, passino come valide in nome di valori universali diciamo, come l’amore, l’amicizia, la libertà, la democrazia, o di istituzioni, come la famiglia, lo stato, la chiesa, una società d’affari o di battaglie civili, un gruppo di amici e così via.
 
Al contrario, in chi svolge attività manuali constato una maggiore correttezza nel rivendicare all’Altro, sempre in vista di sé e in modo chiaro e netto, i propri interessi.
In questi giorni sto eseguendo dei lavori di ristrutturazione in casa; come sempre si verifica, iniziato un lavoro, si scopre che ce n’è un altro urgente quanto il preventivato.
Il mastro-muratore è stato esplicito: la somma pattuita inizialmente non è più sufficiente per la totalità dei lavori, pertanto si è stilato un altro preventivo.
Prendere o lasciare.
Prendere.
Con mio sommo piacere.
 
A causa, invece, della vischiosità delle relazioni umane, complicata dalla prosopopea delle dichiarazioni verbali, risulta difficile districarsi tra ciò che è bene per sé e ciò che è bene per l’Altro.
Spesso si spaccia per bene dell’Altro ciò che è bene per sé e, nei casi grotteschi, non si fa il bene di nessuno con un danno reciproco.
Sulla capacità manipolatoria da sempre ci sbatto la testa; forse costituisce uno dei miei punti deboli nella relazione con l’Altro, in senso lato chiaramente.
Con il tempo e l’esperienza mi si è corroborata la capacità di svelare le manipolazioni altrui ed è diminuita l’intensità del dolore che si prova.
Il rischio, però, è di diventare via via sempre più cinico e talvolta anche indifferente, se non glaciale.
In un angolo del mio cuore provo anche molta pietà per i manipolatori.
Resta inteso che il mio discorso è valido a tutti i livelli.
postato da melchisedec alle ore luglio 09, 2009 09:47 | Permalink | commenti (8) / commenti (8) (pop-up)
categoria: riflessioni, interpretare, melchisedec, manipolare, eresie interpretative


lunedì, 29 giugno 2009

Le pause mi fanno proprio male

Minimo, per nulla importante.
Il senso di un post non è riconducibile necessariamente al narrato, diciamo volgarmente al contenuto.
Probabilmente neanche c’è contenuto o, se c’è, è insignificante dal punto di vista di chi legge.
Il lettore, dunque, può trovarsi seriamente in imbarazzo.
Che gliene può fregare del bruco che mi divora  le foglie delle zinnie?
Lo confermano i commenti al post precedente, pochi.
Tanto per continuare a imbarazzare il lettore, riporto delle riflessioni grammaticali, scaturite dalla visione di questa scena.
Dei rondinotti(o simili) volteggiano nell’azzurro, percorrendo sempre la medesima ellisse.
Pare incredibile, ma è così.
Mi è riaffiorato un poetico “Che voli di rondini intorno…”
Ma “intorno” che complemento è?
Oscilla tra un complemento avverbiale di stato in luogo circoscritto e uno di moto a luogo circoscritto.
Se è vero che gli uccelli sono intorno in un luogo circoscritto(lo spazio d’ aria tra l’antico palazzo, le scale di emergenza della mia scuola, da dove scatto la foto, e i tetti di altri palazzi), tuttavia le creature non stanno ferme, ma compiono un giro intorno.
Sempre il medesimo.
Lo confermano gli occhi di chi scatta la fotografia.
Il problema sta, però, nell’enunciato, ossia nell’omissione del predicato verbale(Che voli di rondini intorno...).
Di stasi? Di movimento?
La foto non lascia dubbi.
L’enunciato, pur poetico, lascia un che di indefinito.
Appunto poetico.
rondini 006
mercoledì, 24 giugno 2009

"L'intera Montedison per una lucciola"

scansione0004
Lucciola, lucciola, vien da me:
ti darò il pan del re,
pan del re e della regina…
Lucciola, lucciola, vien vicina!
 
Sono alle prese con gli “Scritti corsari” di Pier Paolo Pasolini, pubblicati nel 1975, una raccolta di articoli e saggi, la cui lettura non è agevole. Più volte bisogna rileggere il testo e connettere analisi pasoliniana e storia italiana, quella che si snoda tra il 1960 e il 1975.
Sono gli anni del consolidamento del fascismo democristiano, una sorta di fase di passaggio tra il fascismo fascista, quello del Duce, e il fascismo contemporaneo, quello dei consumi.
Pasolini scorge, infatti, nella storia italiana, dalla fase del post-fascismo al ’70, tre momenti: il fascismo fascista, il fascismo democristiano, che eredita i valori del primo sotto una veste falsamente democratica, e il fascismo radicalmente inteso.
Nella raccolta è contenuto il celeberrimo articolo “La scomparsa delle lucciole”, pubblicato sul Corriere della Sera col titolo “Il vuoto del potere in Italia” il 1 febbraio 1975.
“Nei primi anni Sessanta, a causa dell'inquinamento dell'aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell'inquinamento dell'acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c'erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta). 
Quel "qualcosa" che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque "scomparsa delle lucciole".
Pasolini adopera la metafora della lucciola probabilmente per indicare l’universo valoriale della civiltà contadina e arcaica italiana fino almeno agli anni ’60, polverizzata dallo sviluppo capitalistico di quegli anni, ma il lettore attento non può non scorgervi un riferimento alla funzione sociale della cultura umanistica, impotente di fronte al radicamento del nuovo fascismo.
Gli anni ’70 segnano, infatti, l’affermarsi del fascismo radicale e la totale scomparsa delle lucciole; tramontano Chiesa, patria, famiglia, obbedienza, ordine e risparmio e nel giro di pochi anni gli Italiani diventano un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale: “Ho visto coi miei sensi il comportamento coatto dei consumi ricreare e deformare la coscienza del popolo italiano, fino a una irreversibile degradazione”.
Al fascismo-maschera, quello delle parate e del totalitarismo, si sostituisce quello radicale, che connette coscienza ed esistenza e crea vuoto di potere.
Ma cosa è accaduto dopo?
Si potrebbe azzardare che il vuoto di potere in sé, che Pasolini lamenta nell’explicit dell’articolo, oggi sia stato abbondantemente colmato dall’emergere di nuove maschere del potere, certamente senza più il luttuoso doppiopetto, anzi raggianti di sorrisi e promesse, di paillettes e lustrini.
Le lucciole, insomma, sono tornate.
Quelle prodotte dalla ricchezza!
postato da melchisedec alle ore giugno 24, 2009 08:23 | Permalink | commenti (9) / commenti (9) (pop-up)
categoria: riflessioni, pasolini, attualitĂ , lucciola, eresie interpretative


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