Quando l’istinto si pianta prepotente nel cranio, bisogna assecondarlo.
È così che ieri, terminate le lezioni, dopo aver percorso un tratto con l’automobile e avendo constatato un tappeto di metallo assordante per tutte le vie di fuga, sono tornato nuovamente a scuola, ho depositato il mezzo in un luogo tranquillo e ho scelto il bus.
Nel giro di tre quarti ho raggiunto l’altra parte di Palermo.
Attualmente l’azienda trasporti non naviga in acque tranquille, tant’è che ha ripescato dal deposito macchine un po’ datate, rumorose, dove i segni dell’inciviltà dei cittadini sono palesi.
Tuttavia l’autobus presenta un vantaggio spesso sottovalutato: nella sfortunata ipotesi che il traffico sia congestionato, è sempre possibile scendere dal mezzo e avviarsi a piedi, anche quando diluvia, mentre, se si è con l’auto propria, non resta che subire passivamente la congestione.
Nel bel mezzo del nubifragio che ieri pomeriggio si è abbattuto su Palermo mi trovavo proprio su un mezzo pubblico; i nuvoloni e i tuoni fragorosi non mi hanno scoraggiato ed è stato ansiosamente poeticissimo attraversare le strade del centro storico sotto secchiate d’acqua scagliate con impeto dal cielo.
Qualcuno è salito soltanto per sottrarsi alla furia dell’acqua.
Giunto a destinazione, ero ancora più sereno, infatti aveva smesso di piovere.
Mi sono inerpicato tra i vicoli di corso Vittorio e ho raggiunto un Palazzo con gli attributi.
Una delle immense sale con gli affreschi e gli stucchi in attesa di restauro(che avverrà quanto prima) è adibita a palestra.
No, non pensate ad attrezzi, tapis roulant, cyclette, bicipiti e tricipiti come salumi nelle vecchie drogherie, culi sodi e tette al vento, tutine che soffocano il corpo e occhiali da sole!
È un luogo magicamente storico, fisico e spirituale.
Il pavimento, ricoperto da materiale gommoso, è tappezzato dai teli che ogni yoghista porta con sé.
Avevo già determinato che a settembre dovessi dedicarmi ad un’attività fisica, anzi psico-fisica.
Detto fatto.
Per me il tempo della palestra affannosa è finito, cinque anni sono stati più che sufficienti: guadagnavo nella forma fisica, ma il prima mi costava struggimento, lo struggimento della fatica, e a sera ero cera liquefatta.
Lo yoga mi pare più adatto ad un quarantenne.
Non è che non si fatichi, perché ci sono schemi di ginnastica che proprio non riesco a interiorizzare, e inoltre mi ritrovo rivoli di sudore che colano da ogni parte, mentre sembra di essere stati immobili.
Tra gli asana(posture) per me più difficoltosi ci sono l’albero e la montagna, ma mi sfiderò, contando sull’aiuto della maestra che è gentilissima, corregge delicatamente, ma non ti schiaccia con fare saccente, come sono abituati a fare gli istruttori delle palestre, ribattezzati da alcune amiche con la sigla M.M. N.C., molti muscoli, niente cervello o, nella versione trash, molta minchia, niente cervello.
Mentre si yoga, ognuno svolge l’attività e si fa i cazzi propri.
L’unico imbarazzo è nello spogliatoio.
Promiscuo.