Le perdite d’acqua sono dannose.
Non so se vi sia mai capitato di osservare degli abbeveratoi, nelle cui vasche, un tempo, forse anche oggi in qualche località montana, le mandrie si dissetano.
Laddove il getto è particolarmente impetuoso e le vie di scolo sono occluse da fogliame trasporato dal vento, da frasche o da oggetti che l’uomo, incurante di sé e degli altri, ha scaraventato nella vasca, l’acqua trova necessariamente una via di fuga, deborda fuori dagli orli del perimetro dell’abbeveratoio o si scava un capillare, da cui defluisce all’esterno.
Al che è frequente osservare, alla base o sulla parete dell’oasi, del poeticissimo muschio senza arboscelli.
Il surplus di immaginario, che si deposita nel nostro io, è simile all’acqua che trabocca dall’abbeveratoio e produce la costituzione di un mondo alternativo a quello che viviamo quotidianamente. Rispetto ad un reale vissuto male o non vissuto, il blog, o qualsivoglia mascheramento dell’io reale con un nick, nelle numerose community, costituirebbe il bacino collettore di quell’immaginario che, non trovando una piena realizzazione nella realtà, mortificato da un vissuto insignificante e povero di sogni, si realizza parlando di sé.
Questo è l’oggetto delle riflessioni su cui dibatto con uno stimato pensatore.
A me sembra una generalizzazione.
E come tale priva di fondamento reale.
Potrebbe essere così, ma non sempre è così.