domenica, 31 agosto 2008

"Non s'incarna"

ScannedImage-6<<Oh, che ricordo penoso, le lezioni in cui non c’ero! Come li sentivo fluttuare, in quei giorni, i miei allievi, andarsene tranquillamente alla deriva mentre io tentavo di radunare le forze. La sensazione di perdere la classe… Io non ci sono, loro non ci sono più, abbiamo mollato il colpo. Eppure il tempo passa. Io recito la parte di quello che tiene la lezione, loro fanno quelli che ascoltano. Più seria che mai, la nostra espressione comune, blabla da un lato, presa di appunti dall’altro, un ispettore ministeriale potrebbe essere soddisfatto; le apparenze sono salve… Ma io non ci sono, per la miseria, oggi non ci sono, sono altrove. Quello che dico non s’incarna, loro se ne strabattono di ciò che sentono. […]
Quelle ore a monte mi lasciavano esausto. Uscivo dalla classe sfinito e furibondo. Un furore di cui i miei allievi rischiavano di fare le spese per tutta la giornata, poiché nessuno è più pronto a cazziarti di un professore insoddisfatto di se stesso. Attenti ragazzi, volate basso, il vostro prof si è dato un brutto voto, ne va di mezzo il primo che capita! Per non parlare della correzione dei compiti, stasera, a casa. Un ambito in cui la stanchezza e la coscienza sporca non sono buone consigliere! Ma no, niente compiti da correggere, stasera, e niente tivù, niente uscite, a letto! Il buon professore è quello che va a letto presto>>. (D. Pennac, Diario di scuola)
 
Stamattina non ho intenzione di scrivere un post-lettura; rimando per un’ottima recensione al blog SCRIPTORIUM di Carlo Santulli.
In realtà ho postato il brano di Pennac per una ragione: augurare a tutti i colleghi-blogger un fruttuoso anno scolastico.
Siamo noi, in fondo, insieme agli allievi, a scrivere il nostro diario di scuola.
Nel bene e nel male.
Con o senza grembiule.
Con i voti e/o con i giudizi.
Con le accuse che ci piovono addosso, i processi sommari, le condanne e le assoluzioni.
C’è che, molto spesso, ci trema la mano e, piuttosto che scrivere, scarabocchiamo.
O ci termina l’inchiostro.
O scordiamo la penna altrove.
E spesso non la ritroviamo più.
postato da melchisedec alle ore agosto 31, 2008 11:23 | Permalink | commenti (11) / commenti (11) (pop-up)
categoria: riflessioni, libri, pensatoio, attualitĂ , blogsfera, pennac, melchisedec, cronache extra-scolastiche


venerdì, 29 agosto 2008

"Amore criminale"

salome_tizianoNon so se vi sia capitato di seguire il programma “Amore criminale” condotto da Camila Raznovich su Raitre.
La trasmissione ricostruisce, ora in modo documentaristico, ora romanzato, storie di amori criminali, le cui vittime sono sempre donne.
I carnefici sono uomini.
Nessuno può negare che “in Italia ogni tre giorni una donna muore per mano del proprio compagno. Gli omicidi all’interno della coppia sono i primi, per numero, tra quelli consumati in famiglia. Ma esiste una violenza che non arriva alle prime pagine dei giornali. È quella dell’umiliazione quotidiana, della dipendenza economica, della denigrazione che alcuni uomini operano nei confronti delle loro compagne. Un processo invisibile, di cui la violenza fisica è solo l’ultimo atto. I responsabili sono - in entrambi i casi - uomini possessivi, incapaci di gestire l’abbandono, la separazione e il rifiuto”, ma la passione distruttiva, a mio parere, non ha marchi sessuali.
La storia e il mito abbondano di figure femminili sacrileghe e sanguinarie, non considerando il fatto che le forme attraverso cui si infligge violenza sono molteplici e disparate e non tutte riconducibili all’epilogo tragico.
Il programma ha il pregio di sollevare la deficienza legislativa italiana: alcune donne, prima di finire ammazzate, avevano sporto più di una denuncia alle forze dell’ordine, ma con risultati nulli, infatti dall’attuale ordinamento non sono previste misure cautelative nei confronti di chi subisce azioni persecutorie per questioni passionali.
Prova ne è che molte donne finiscono all’obitorio.
Il programma di Camila, però, ha il difetto di essere a quota esclusivamente rosa.
Non ho in mano statistiche, né è mia intenzione avviare col post sterili polemiche, ma mi riesce difficile ipotizzare, almeno per i casi più gravi, che non esistano donne del calibro di Ruth Ellis, Pia Bellentani e Leonarda Cianciulli.
E per il posto che occupano nell’immaginario donne come Lorena Bobbit(mi si conceda l'accostamento!), Erodiade e Salomè, Medea e Fedra, Dolores Claiborne, eroina del cult “L’ultima eclissi”.
La Raznovich e l’autore del programma, insomma, avrebbero potuto rendere un servizio più utile e completo allargando la prospettiva problematica all’universo criminale femminile.
***
(Nell'immagine la Salomè di Tiziano)
***
Postilla: Essere perseguitati per insana passione è un'esperienza che non auguro a nessuno.
 
 
postato da melchisedec alle ore agosto 29, 2008 09:47 | Permalink | commenti (17) / commenti (17) (pop-up)
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giovedì, 28 agosto 2008

Dove canta perennepere 001

Soltanto tre frutti ha educato uno smilzo alberello di pero piantato su un fazzoletto di terra.
Le foglie sono rossicce, inaridite dall’afa dei giorni passati.
Dietro un lussureggiante cachi; cresciuto in altezza, anche quest’anno, però, è spoglio di frutti.
I due fruttiferi non sono distinguibili.
Sembra si tratti di un unico albero, ma dipende dalla prospettiva con cui ho fatto clic.
Visti frontalmente, i due alberi sono asimmetrici.
L’uno un gigante, l’altro un nano.
Il cachi bordeggiante di verde, il pero sofferente per le tre pere.
 
Da torri e balconi protesi
incontro alle brezze vedemmo
l’ultimo sguardo del sole
farsi cristallo marino
d’abissi… poi venne la notte
sfiorarono immense ali
di farfalle: senso dell’ombra.
Ma il raggio che sembrò perduto
nel turbinìo della terra
accese di verde il profondo
di noi dove canta perenne
una favola, fu voce
che sentimmo nei giorni, fiorì
di selve tremanti il mattino.
(Lucio Piccolo)


postato da melchisedec alle ore agosto 28, 2008 10:21 | Permalink | commenti (12) / commenti (12) (pop-up)
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mercoledì, 27 agosto 2008

Salsa tricolore
L’ipocrisia italiota, neanche ad agosto, va in vacanza.
Questa volta la vittima, vittima per due volte, di questo male in salsa tricolore, è Domenico Riso.
Chi è, anzi era,
Domenico Riso? Riso era lo steward italiano (siciliano, di Isola delle Femmine) morto nel tragico incidente aereo di Madrid che alcuni giorni fa è costato la vita a 154 persone.
Lo steward da anni viveva con il suo amato compagno Pierrick Charilas (ex campione sportivo) e il loro figlio (figlio naturale del francese) Ethan. Tutti e tre sono morti, l' uno accanto all' altro, bruciati vivi nell' incidente aereo madrileno. Erano un vero e proprio nucleo familiare, una famiglia come tante, come le nostre, eppure gli scendiletto pronisti (più che cronisti) della nostra informazione televisiva hanno deliberatamente omesso questa scomoda verità, che avrebbe turbato le pie coscienze degli Italioti medi.
Così per magia il fidanzato di Riso si è trasformato in un semplice amico, mentre il loro figlio in un bambino senza una identità precisa.
 
Nella nostra tradizione, e in genere in quasi tutte, il termine famiglia si riferisce a due persone di sesso diverso con più o meno figli. Si tratta di un modello indubbiamente sociale, che ricalca un dato di fatto naturale: due persone di sesso diverso si attraggono, si amano e danno vita ad una famiglia.
Esiste pure in natura la possibilità che due esseri umani dello stesso sesso si attraggano e possano amarsi.
Unione naturale che, per varie ragioni, che qui ometto, non ha mai trovato un corrispettivo lessicale, linguistico, sociale diciamo.
In omaggio alla tradizione occidentale si può rinunciare a dare la definizione di famiglia a due esseri umani dello stesso sesso che decidono di intraprendere un percorso d’amore, ma nulla si toglie alla sostanza della realtà.
Il gap linguistico e quindi il veto ad adoperare il termine famiglia non esclude che quella formata da due esseri dello stesso sesso, che si amano e danno vita ad un nucleo affettivo, sia una famiglia, né più, né meno.

postato da melchisedec alle ore agosto 27, 2008 08:23 | Permalink | commenti (21) / commenti (21) (pop-up)
categoria: riflessioni, comunicazione, dolore, ipocrisia, attualitĂ , crudeltĂ , melchisedec, circumspicere


martedì, 26 agosto 2008

Oggi due post. Con e senza delirio.

[Post n. 2 del 26 agosto 2008. Senza delirio]
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L’immagine, a dir poco superba, è di MISTI.
 
"Se qualcuno ci mettesse un nastro sotto i piedi,
un nastro rotante,
come nelle fabbriche di tempi moderni,
noi, le merci, potremmo
essere convenientemente esposte,
manipolate
offerte allo sguardo altrui,
impudicamente.
E sul nastro gireremmo in
cerchi concentrici, spirale eterna
chiocciola acchiocciolata
e passeremmo, di nuovo, per sentieri già segnati.
E recupereremmo l'innocenza".
(Inés Andrade)
martedì, 26 agosto 2008

[Post n. 1 del 26 agosto 2008. Con delirio]

Ho sperimentato in questi anni di bloggaggio che ho un’estrema difficoltà a interagire con due categorie di persone-blogger: i colleghi di lettere, e in genere di area umanistica, e i miei conterranei palermitani.
 
Superbia?
Si sa che i professori di lettere siamo narcisi e che meglio di noi non c’è nessuno.
Lamento la mancanza di confronto.
O magari è paura di non sentirsi all’altezza, ma all’altezza di che?
Un blog è una forma di otium, non una cattedra.
Il timore, che mi auguro non divenga presa d’atto, è che sul web si inneschino gli stessi meccanismi di meschineria tipica da sala dei docenti.
Sorrisi in bocca e pugnali dietro le spalle, falsa modestia, sentimento esacerbato della propria unicità di semidei scesi sulla terra a dispensare i doni della parola.
Probabilmente anch’io assumo lo stesso atteggiamento.
 
Con i Palermitani ho tentato di entrare in contatto; è utile, o lo sarebbe, confrontarsi su tematiche che ci riguardano da vicino, ma le risposte sono quasi tutte allineate sui numeri negativi.
 
Fine del delirio.
 
 
 
 
postato da melchisedec alle ore agosto 26, 2008 11:58 | Permalink | commenti (14) / commenti (14) (pop-up)
categoria: blogsfera, melchisedec


lunedì, 25 agosto 2008

Uvulare esplosiva sorda, Q.

ScannedImage-5

Blandito dai saggi “Mi raccomando, leggilo!” di una collega, mi sono impelagato nella lettura di Q, un romanzo atipico, pubblicato nel 1999 e firmato Luther Blisset.
A metà tra lo storico e l’avventuroso, e forse l’uno e l’altro, Q presenta una narrazione mista; la voce dominante, che poi coincide con quella del protagonista, un rivoluzionario radicale che, viaggiando per l’Europa, partecipa alle sollevazioni innescate dalla riforma protestante, si alterna a quella di Q, una sorta di spia, servile e velenosa, che con abnegazione informa il cardinale Gianpietro Carafa della diffusione a macchia d’olio della piaga purulenta del monaco Lutero.
Non mi ha fatto vibrare nessuna corda il libro, non è esplosa quell’alchimia indefinibile che, per i giorni della lettura, si travasa dai personaggi al fruitore.
Un merito, però, lo devo riconoscere agli scrittori che, per qualche tempo, si sono celati dietro lo pseudonimo di Luther Blisset: è scritto bene.
Si tratta di una scrittura che concede pochissimo agli orpelli, ai voli pindarici, ai sentimentalismi sbiaditi.
È una prosa secca e asciutta, che indugia molto sugli assi metaforici del linguaggio.
Lo sforzo del gruppo, a mio parere, è di far coincidere il più possibile realtà e linguaggio, (quasi) senza concessioni alla rappresentazione egotica.
Con ciò non si deve ritenere che la narrazione sia fredda, glaciale e implacabilmente asettica.
Anzi chi legge vive le vicende attraverso il linguaggio e l’intreccio delle parole!
Pertanto, mi sono concentrato più sull’articolazione della sintassi e sugli intrecci lessicali che sulla trama in sé; infatti più volte è stato necessario tornare indietro per connettere il filo della storia, anzi del viaggio avventuroso e dei resoconti di Q alle alte sfere ecclesiasiastiche.
Di seguito riporto uno stralcio del romanzo, capitolo 35; si parla di un rogo di libri a Münster, 16 marzo 1534.
<<La città sembra deserta. Silenzio, nessuno per le strade… […] Brusio di folla che si dispone tutta intorno al suo centro, lo ossequia rapita, dove campeggia la pira che sprizza lingue di fuoco. Osceno altare innalzato all’oblio, la parola di Dio scaccia quella degli uomini, vomita il suo trionfo sopra le nostre schiene, seppellisce il nostro sguardo sotto una coltre impenetrabile; il suo fiato alita sopra le nostre teste; il suo occhio ci scova implacabile, ci dà la caccia fin dove non potremmo nasconderci, dentro i pensieri, dentro il desiderio di poter essere, un giorno, più saggi. A uccidere ogni curiosità, e ogni ingegno.
Sale piano il fumo del rogo dei libri. A manciate raccolgono i volumi che vengono scaricati sul selciato dai carri, e li gettano nel falò; una colonna di fuoco alta fino a lambire il cielo, per richiamare gli angeli col fumo di Pietro Lombardo, Agostino, Tacito, Cesare, Aristotele…
Il vecchio mondo si consuma come pergamena nel fuoco>>.
 
A conclusione del romanzo uno avverte una sorta di smarrimento e ricorda, quand’anche l’abbia dimenticato, che scrivere è una cosa seria, lavoro di cesello impegnativo ed esaltante, ben lungi dal cazzeggiare che faccio qui nel blog.
 
(Nell’immagine De ortu et origine monachorum, volantino protestante del 1545, irridente e offensivo)
 
 
 
postato da melchisedec alle ore agosto 25, 2008 12:12 | Permalink | commenti (20) / commenti (20) (pop-up)
categoria: libri, melchisedec, consigli di lettura, q , asciuttezza, seduttivitĂ , post lettura, imaginem cogitatione fingere, circumspicere


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Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. Si tratta di un angolo personale, scritto e rivissuto tramite i "giganti" della cultura e la parola. Pertanto i riferimenti ad esperienze, fatti e personaggi non hanno alcunché di documentaristico, perché filtrati dal mio immaginario. In ottemperanza alle regole da me del tutto arbitrariamente redatte per questo blog preciso che non si risponderà a commenti privi di contributo al tema del post o a domande decontestualizzate. Saranno eliminati dalla lista dei link, anche temporaneamente, i blog-limbo e quelli con cui l'interazione langue. A rischio di apparire presuntuoso, invito a riflettere prima di scrivere convinto che ognuno abbia “un meglio” da esprimere, sempre.


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