
Blandito dai saggi “Mi raccomando, leggilo!” di una collega, mi sono impelagato nella lettura di Q, un romanzo atipico, pubblicato nel 1999 e firmato Luther Blisset.
A metà tra lo storico e l’avventuroso, e forse l’uno e l’altro, Q presenta una narrazione mista; la voce dominante, che poi coincide con quella del protagonista, un rivoluzionario radicale che, viaggiando per l’Europa, partecipa alle sollevazioni innescate dalla riforma protestante, si alterna a quella di Q, una sorta di spia, servile e velenosa, che con abnegazione informa il cardinale Gianpietro Carafa della diffusione a macchia d’olio della piaga purulenta del monaco Lutero.
Non mi ha fatto vibrare nessuna corda il libro, non è esplosa quell’alchimia indefinibile che, per i giorni della lettura, si travasa dai personaggi al fruitore.
Un merito, però, lo devo riconoscere agli scrittori che, per qualche tempo, si sono celati dietro lo pseudonimo di Luther Blisset: è scritto bene.
Si tratta di una scrittura che concede pochissimo agli orpelli, ai voli pindarici, ai sentimentalismi sbiaditi.
È una prosa secca e asciutta, che indugia molto sugli assi metaforici del linguaggio.
Lo sforzo del gruppo, a mio parere, è di far coincidere il più possibile realtà e linguaggio, (quasi) senza concessioni alla rappresentazione egotica.
Con ciò non si deve ritenere che la narrazione sia fredda, glaciale e implacabilmente asettica.
Anzi chi legge vive le vicende attraverso il linguaggio e l’intreccio delle parole!
Pertanto, mi sono concentrato più sull’articolazione della sintassi e sugli intrecci lessicali che sulla trama in sé; infatti più volte è stato necessario tornare indietro per connettere il filo della storia, anzi del viaggio avventuroso e dei resoconti di Q alle alte sfere ecclesiasiastiche.
Di seguito riporto uno stralcio del romanzo, capitolo 35; si parla di un rogo di libri a Münster, 16 marzo 1534.
<<La città sembra deserta. Silenzio, nessuno per le strade… […] Brusio di folla che si dispone tutta intorno al suo centro, lo ossequia rapita, dove campeggia la pira che sprizza lingue di fuoco. Osceno altare innalzato all’oblio, la parola di Dio scaccia quella degli uomini, vomita il suo trionfo sopra le nostre schiene, seppellisce il nostro sguardo sotto una coltre impenetrabile; il suo fiato alita sopra le nostre teste; il suo occhio ci scova implacabile, ci dà la caccia fin dove non potremmo nasconderci, dentro i pensieri, dentro il desiderio di poter essere, un giorno, più saggi. A uccidere ogni curiosità, e ogni ingegno.
Sale piano il fumo del rogo dei libri. A manciate raccolgono i volumi che vengono scaricati sul selciato dai carri, e li gettano nel falò; una colonna di fuoco alta fino a lambire il cielo, per richiamare gli angeli col fumo di Pietro Lombardo, Agostino, Tacito, Cesare, Aristotele…
Il vecchio mondo si consuma come pergamena nel fuoco>>.
A conclusione del romanzo uno avverte una sorta di smarrimento e ricorda, quand’anche l’abbia dimenticato, che scrivere è una cosa seria, lavoro di cesello impegnativo ed esaltante, ben lungi dal cazzeggiare che faccio qui nel blog.
(Nell’immagine De ortu et origine monachorum, volantino protestante del 1545, irridente e offensivo)